Andrea Frediani e Sara Prossomariti.
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Le grandi famiglie di Roma antica. 
Storia e segreti.
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Parte 5.
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2014. Newton Compton Editori, ROMA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Indice di questa parte.
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Gens Servilia.
Gens Sulpicia.
Gens Valeria.
Una familia del basso impero: i Costantinidi
Bibliografia essenziale.
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FINE Indice.
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Gens Servilia.
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Prosopografia.
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v secolo a.C.
11. publio servilio prisco strutto console nel 495 a.C. Fratello del n. 2;
12. quinto servilio prisco magister equitum nel 494 a.C. Fratello del n. 1;
13. spurio (gaio) servilio strutto console nel 478 a.C.;
14. spurio (gaio) servilio strutto ahala console nel 476 a.C.;
15. quinto servilio prisco console nel 468 e nel 466 a.C.;
16. publio servilio prisco console nel 463 a.C.;
17. gaio servilio strutto ahala magister equitum nel 439 a.C. e console nel 427 (?);
18. quinto servilio prisco fidenate dittatore nel 435 e nel 418 a.C. Probabilmente padre del n. 9;
19. gaio servilio (strutto) axilla console nel 427 a.C. e forse anche tribuno consolare nel 419, 418 e 417 a.C. e magister equitum nel 418 a.C. Probabilmente figlio del n. 8;
10. gaio servilio strutto ahala tribuno consolare nel 408, 407 e 402 a.C. e magister equitum nel 408.
iv secolo a.C.
11. quinto servilio fidenate tribuno consolare nel 402, 398, 395, 390, 388 e 386 a.C.;
12. gaio servilio strutto ahala magister equitum nel 389 a.C.;
13. gaio servilio tribuno consolare nel 387 a.C. (?);
14. publio servilio magister equitum nel 384 a.C. (?);
15. quinto servilio fidenate tribuno consolare nel 382, 378 e 369 a.C.;
16. quinto servilio strutto tribuno consolare nel 368 a.C.;
17. quinto servilio ahala console nel 365, 362 e 342 a.C., dittatore nel 360 e magister equitum nel 351.
iii secolo a.C.
18. gaio servilio tucca console nel 284 a.C.;
19. gneo servilio cepione console nel 253 a.C. Padre o nonno del n. 22;
20. publio servilio gemino console nel 252 e 248 a.C. Nonno dei nn. 23 e 24;
21. gneo servilio gemino console nel 217 a.C.;
22. gneo servilio cepione console nel 203 a.C. Figlio o nipote del n. 19 e padre del n. 25;
23. gaio servilio gemino console nel 203 a.C. Nipote del n. 20 e fratello del n. 24;
24. marco servilio pulice gemino magister equitum nel 203 a.C. e console nel 202 a.C. Nipote del n. 20 e fratello del n. 23.
ii secolo a.C.
25. gneo servilio cepione console nel 169 a.C. Figlio del n. 22 e padre dei nn. 26 e 27;
26. gneo servilio cepione console nel 141 a.C. Figlio del n. 25 e fratello del n. 27;
27. quinto servilio cepione console nel 140 a.C. Figlio del n. 25, fratello del n. 26 e padre del n. 28;
28. quinto servilio cepione console nel 106 a.C. Figlio del n. 27.
i secolo a.C.
29. publio servilio vatia isaurico console nel 79 a.C. Padre del n. 30;
30. publio servilio vatia isaurico console nel 48 e 41 a.C. Figlio del n. 29.
i secolo d.C.
31. marco servilio console nel 3 d.C. Probabilmente padre del n. 32;
32. marco servilio noniano console nel 35 d.C. Probabilmente figlio del n. 31.
ii secolo d.C.
33. marco servilio silano console suffetto nel 152 d.C.;
34. marco servilio fabiano massimo console suffetto nel 158 d.C.;
35. quinto servilio pudente console nel 166 d.C.;
36. marco servilio silano console per la seconda volta nel 188 d.C.;
37. quinto servilio silano console nel 189 d.C.
Una gens dai tanti cognomina
La gens patrizia dei Servili, come quella dei Giuli, era originaria di Albalonga e giunse a Roma sotto Tullo Ostilio, che port nellUrbe, introducendoli nel patriziato, molti maggiorenti di quella citt1022. Il gentilizio potrebbe derivare dal praenomen Servio, che sarebbe appartenuto a uno dei primi Servili1023. I cognomina che caratterizzano le varie familiae sono molti e variegati, e alcuni, come Casca, fanno riferimento a un ramo plebeo della gens. I cognomina pi diffusi sono Prisco e Strutto, affermatisi nella prima fase della Repubblica, ai quali si aggiunsero Fidenate e Ahala nel corso del v secolo a.C. Questi scompariranno per far posto, negli ultimi due secoli della Repubblica, a Gemino e Cepione.
Il cognomen Ahala tecnicamente significa ala, ma molto probabilmente nellantica Roma veniva usato per indicare una persona dalle spalle molto larghe e Axilla sembra essere semplicemente una sua variante. Cepione, secondo alcuni, potrebbe derivare da un antico prenome, Cepio appunto, oppure dal termine latino caepa, cio cipolla, e quindi farebbe riferimento alla coltivazione di questo ortaggio. Il pi semplice da spiegare  Fidenate, il quale non  altro che un cognomen legato a una vittoria riportata in battaglia presso la citt di Fidene contro i veienti.
Stando a quanto riferisce Cicerone1024 il sepolcro di questa gens si trovava sulla via Appia alluscita di porta Capena.
La gens Servilia svolgeva annualmente un sacrificio molto particolare che viene ricordato da Plinio il Vecchio:
Citer le stesse parole del vecchio Messalla su questa cosa: La famiglia dei Servili ha un tridente sacro, a cui ogni anno fanno con somma cura riti sacri e sontuosi. Dicono che questo sembra ora essere cresciuto, ora diminuito e da ci indicare lonore o la decadenza della famiglia1025.
In generale la gens Servilia diede il meglio di s durante tutta la fase repubblicana, per poi scomparire lentamente con la nascita del principato ed estinguersi durante il ii secolo d.C. Sfortunatamente, per molti dei Servili vissuti nei primi secoli della Repubblica abbiamo scarse informazioni; nonostante abbiano ricoperto molte cariche di prestigio, a volte conosciamo solo le date relative alle magistrature e niente pi. Nonostante ci, vale la pena analizzare alcuni di loro, coinvolti in battaglie famose della prima fase espansionistica dellUrbe.
Valenti condottieri
Il primo che compare nei fasti consolari  Publio Servilio Prisco Strutto, console nel 495 a.C. Publio non si distinse durante questo turbolento anno per lUrbe se non per ignavia. Oltre a essere lanno della morte di Tarquinio il Superbo, deceduto a Cuma diversi anni dopo la sua cacciata, quello del suo consolato fu anche lanno di una delle prime rivolte della plebe e Publio si trov a condividerlo con un fervente conservatore, Appio Claudio Sabino Irregillense1026.
La plebe dellUrbe, stanca di essere messa in catene dai suoi stessi concittadini per debiti maturati a causa delle guerre, si ribell e fece appello ai consoli. Appio si mostr irremovibile, Publio invece tent di raggiungere un accordo. I volsci erano alle porte e la plebe si rifiutava di arruolarsi per combattere ancora per una patria ingrata e vessatrice. Per convincerla Publio propose di far approvare un editto; esso stabiliva che tutti coloro che si arruolavano potevano essere liberati dalla schiavit per debito e lo stesso valeva per i loro parenti. Leditto avrebbe dovuto essere solo linizio di una legislazione che risolvesse lannoso problema, invece conclusa la guerra ogni promessa si rivel vana. Nessuna legge fu promulgata e soprattutto i condannati alle catene prima del conflitto furono riconsegnati ai loro aguzzini. Molti si rivolsero a Servilio per chiedergli conto delle promesse fatte, ma questi, terrorizzato, non si schier n con la plebe n con i patrizi: Il console non era insensibile a queste richieste ma la situazione lo costringeva a tergiversare, tanta era la foga con cui si era buttato a sostenere laltra causa, non soltanto il suo collega, ma tutto il partito dei nobili. Cos, mantenendosi neutrale, non si sottrasse allodio della plebe n entr nelle grazie dei patrizi. I patrizi giudicarono il console molle e ambizioso, la plebe ipocrita1027.
La situazione sarebbe stata risolta dal dittatore scelto per lanno 494 a.C., che sostanzialmente ribad le promesse di Publio, ma mantenendole, avendo al suo fianco come magister equitum proprio il fratello di Publio, Quinto Servilio.
Una fama non proprio lusinghiera avvolge anche la storia del console del 476 a.C., Spurio o Gaio Servilio Strutto Ahala, che si trov a combattere contro i veienti. Questi, stabilitisi sul Gianicolo, continuavano a stremare i romani con scorrerie mirate al saccheggio del bestiame. Ahala ebbe lidea di usare degli animali come esca per prendere alle spalle il nemico, e loperazione riusc. Tuttavia, esaltato dalla vittoria, Ahala decise di spingere i suoi uomini fin sul Gianicolo per scacciarne i veienti. La disfatta sarebbe stata totale se non fosse intervenuto in suo soccorso laltro console con il suo esercito. Terminato il suo mandato, Ahala fu citato in giudizio dai nuovi consoli in carica per il comportamento tenuto in battaglia, ma riusc a ottenere lassoluzione.
Come anticipato, il cognomen Fidenate, utilizzato per la prima volta in funzione di agnomen, fu guadagnato in battaglia da uno dei Servili, vale a dire Quinto Servilio Prisco Fidenate, dittatore nel 435 e nel 418 a.C. Nel 435 a.C. Roma fu seriamente minacciata da ben due popoli nemici, i fidenati e i veienti che, attraversato il fiume Aniene, si erano stanziati nella zona di porta Collina, seminando il panico nelle campagne romane. Fu a questo punto che si decise di sostituire i due consoli in carica con un dittatore e fu appunto eletto il nostro Quinto: Si decise di eleggere Quinto Servilio, il cui cognomen era secondo alcuni Prisco, secondo altri Strutto1028.
La scelta di Quinto come dittatore si rivel eccellente. Questi, infatti, si mise subito allopera e convoc tutti i romani in grado di combattere presso porta Collina, da dove diede il via allattacco che si concluse con una splendida vittoria riportata nei pressi della citt di Nomento, presso la quale si erano rifugiati i nemici.
Incoraggiato dal successo, Quinto prosegu la campagna inseguendo il nemico fino alla citt di Fidene, che pose sotto assedio. Ma il centro era difeso da solide e alte mura, e i suoi abitanti potevano contare su ampie riserve di cibo, che li mettevano in condizione di resistere a un blocco ben pi lungo di quanto il dittatore potesse permettersi. Quando la vittoria appariva ormai impossibile,
perduta cos la speranza despugnarla e parimenti quella di costringerla alla resa, il dittatore cominci a far scavare verso la rocca una galleria sotterranea, in luoghi che egli ben conosceva, data la vicinanza, dalla parte opposta della citt, la meno guardata perch assai ben difesa per sua stessa natura. Egli poi, accostandosi alle mura nei punti pi disparati con lesercito diviso in quattro parti, in modo che si succedessero luna allaltra in battaglia, e combattendo ininterrottamente giorno e notte, distoglieva lattenzione del nemico da quellopera, finch, traforato il monte, fu aperta una via verso la rocca1029.
La citt che da tempo si era posta tra i principali antagonisti dei romani cadde in modo spettacolare  ma anche troppo simile, per non suscitare sospetti di duplicazione nelle fonti, alla caduta di Veio provocata da Furio Camillo qualche decennio dopo , quindi non deve meravigliare se dopo una tale vittoria, nel 418 a.C., quando ci fu di nuovo necessit di un dittatore, si decise di optare ancora per Quinto.
Allepoca Roma, oltre ai soliti nemici contro i quali combatteva ormai regolarmente, si trov a dover fronteggiare una nuova minaccia, quella dei labicani, che attaccarono Roma proprio nel 418 a.C., quando erano tribuni consolari Lucio Sergio Fidenate, Marco Papirio Mugillano e Gaio Servilio, figlio di Quinto. Il Senato aveva deciso che dei tre tribuni, due dovessero essere mandati con le truppe contro il nemico, mentre laltro rimanesse a guardia della citt. Ma tutti e tre aspiravano alla gloria della prima linea e nessuno voleva rinunciarvi rimanendo nellUrbe. Poich non riuscivano a mettersi daccordo su chi dovesse rimanere indietro, fu chiesto a Quinto di intervenire, e questi scelse proprio suo figlio. Gli altri due tribuni marciarono quindi contro il nemico, ma non essendo riusciti a sedare le loro discordie, andarono incontro a una cocente sconfitta. Gli fu pertanto sottratto il comando, e quindi assegnato proprio a Quinto, nominato dittatore, che scelse come proprio magister equitum il figlio, non coinvolto nella disfatta1030. Viene da chiedersi se il nostro non avesse orchestrato tutto ad arte per ottenere il comando supremo. A ogni modo, ancora una volta Quinto Servilio si rivel un vincente. Nellarco di soli otto giorni, raggiunse la citt di Labico, la prese dassalto e la sottopose a saccheggio. Poi se ne torn a Roma e depose la carica di dittatore, per tornare a essere un semplice cittadino.
Il Gaio Servilio, figlio di Quinto, di cui parla Livio, potrebbe essere il Gaio Servilio (Strutto) Axilla che le fonti riportano come tribuno consolare per gli anni 419, 418 e 417 a.C.1031. Tuttavia, c molta confusione in merito a questo personaggio. Troviamo un primo Gaio Servilio Strutto Ahala console nel 427 a.C., che potrebbe essere lo stesso Strutto Axilla tribuno consolare nel 419, 418 e 417 a.C., dato che, come abbiamo detto i cognomina Ahala e Axilla sono pressoch equivalenti. Inoltre, abbiamo anche ricordato come, secondo Livio, ci fosse incertezza in merito al cognomen del presunto padre di Gaio, Quinto, il quale poteva essere un Prisco come uno Strutto.
Passiamo al secondo Fidenate che compare nei fasti consolari, Quinto Servilio Fidenate. Tribuno consolare per ben sei volte, nel 402, 398, 395, 390, 388 e 386 a.C., combatt diverse guerre al fianco dei suoi colleghi. Tra le battaglie cui partecip, una delle pi note ebbe luogo durante il suo quarto tribunato, nel 390 a.C. Allepoca Roma era in conflitto con i galli senoni guidati da Brenno, e Quinto e gli altri tribuni dovettero affrontarli presso il fiume Allia, dove per subirono una pesante sconfitta e di conseguenza i senoni entrarono nellUrbe e la saccheggiarono.
Anni dopo un altro Servilio si prese una bella rivalsa sui galli. Si tratta di Quinto Servilio Ahala, console nel 365, 362 e 342 a.C., nonch dittatore nel 360 e magister equitum nel 351 a.C. Quello che ci interessa fu proprio lanno della dittatura, il 360 a.C. Le ostilit con i galli erano riprese e i celti, supportati dai tiburtini, erano giunti presso porta Collina. Mentre uno dei consoli teneva occupati i tiburtini, Servilio, con i giovani reclutati per difendere la citt, combatt presso la porta sotto gli occhi dei cittadini romani, preoccupati per la loro incolumit e per quella dei loro cari che lottavano per difenderli. La vittoria dei romani fu schiacciante e quei galli che tentarono di fuggire alla volta di Tivoli furono travolti dallesercito consolare insieme ai loro alleati.
Da patrizi a plebei
Publio Servilio Gemino, console nel 252 e nel 248 a.C. e primo rappresentante della familia dei Gemini a ricoprire il consolato, fu soprannominato Gemino perch aveva un fratello gemello di nome Quinto. Non sappiamo pressoch nulla di Publio, senonch era un patrizio, ma abbiamo alcune informazioni interessanti a proposito di suo figlio e suo nipote. In realt pare che ancora con Publio la familia dei Gemini fosse di rango patrizio e che la transitio ad plebem sia avvenuta proprio con suo nipote Gaio Servilio Gemino, console nel 203 a.C.
Ma parliamo prima di Gaio Servilio Gemino figlio di Publio. Tribuno della plebe in un anno a noi ignoto, nel 218 a.C. era stato inviato con altri due uomini a occuparsi della distribuzione delle terre per listituzione delle colonie di Piacenza e Cremona. Mentre svolgeva il suo incarico, i galli boi scatenarono un attacco che port alla cattura di Gaio e dei suoi colleghi; tuttavia i tre furono ritenuti morti dopo aver tentato di rifugiarsi a Modena1032. A questo punto dobbiamo per un attimo accantonare Gaio e passare al figlio omonimo, Gaio Servilio Gemino, console nel 203 a.C. e che, per evitare confusione, dora in poi chiameremo Gemino.
Nel 209 a.C. Gemino si candid e vinse le elezioni per la carica di edile plebeo, provocando per delle contestazioni: A Servilio si contestava la legittimit dellelezione, unaltra volta come tribuno della plebe e ora come edile, perch si era venuti a sapere che suo padre, triumviro agrario, era vivo in potere dei nemici, mentre si credeva che fosse stato ucciso dieci anni prima dai galli boi presso Modena1033.
Perch mai la prigionia di Gaio avrebbe dovuto creare problemi a Gemino? Sostanzialmente perch Gaio aveva ricoperto delle magistrature curuli, essendo un patrizio, e suo figlio, invece, delle cariche plebee, che tecnicamente non avrebbe potuto ottenere essendo il padre vivo e appartenendo quindi ancora al patriziato. In pratica era come se la sua transitio ad plebem, il suo passaggio alla plebe, non fosse mai avvenuta perch priva del consenso del pater familias che era ancora vivo e vegeto. Nonostante le critiche, tuttavia, Gemino pot comunque rivestire la carica di edile plebeo e nel 203 a.C. divenne console. Fu proprio in quellanno che riusc a chiarire la propria condizione. Conducendo, infatti, una spedizione nel territorio dei galli boi, riusc infine a riportare indietro suo padre dopo ben quindici anni di prigionia e quindi a riscattare il suo nome1034.
Secondo alcuni studiosi la questione cos posta non avrebbe alcun senso. Gaio, infatti, al momento della cattura, avrebbe perso temporaneamente, come stabilito dal diritto romano, la sua cittadinanza e quindi anche la patria potestas sul figlio, per riacquisirla solo una volta tornato libero, secondo lo ius postliminii. Se ne deduce che anche se Gemino avesse saputo che il genitore era vivo, avrebbe comunque potuto accedere alle cariche che aveva rivestito.
Tutta questa confusione  nata dal fatto che si vuole tentare di capire chi dei due, se Gaio o Gemino, avesse effettuato la transitio ad plebem. In base alla carriera di Gemino, sarebbe pi logico attribuire a lui il passaggio, ma non  detto che Gaio, pur avendo ricoperto delle cariche curuli, non avesse poi potuto decidere di cambiare. Il passaggio di Gemino resta comunque il pi plausibile. Inoltre  bene ricordare che la controversa legge di cui parla Livio, che avrebbe impedito lelezione di Gemino alledilit, non viene menzionata da nessunaltra fonte e quindi resta di difficile interpretazione.
A ogni modo, dopo il consolato nel 202 a.C., Gemino rivest la dittatura e mor intorno al 180. Ebbe due fratelli: Publio Servilio e Marco Servilio Pulice Gemino, questultimo magister equitum nel 203 a.C. e console nel 202.
Gneo Servilio Gemino, console nel 217 a.C., sembrerebbe essere un parente stretto dei personaggi finora citati; forse il figlio o il nipote di quel Quinto fratello del Publio console nel 252 a.C. Per intenderci, sarebbe stato un cugino di primo grado del Gaio imprigionato dai galli o di suo figlio, console nel 203 a.C. Gneo divenne console poco dopo linizio della seconda guerra punica e prese parte alle prime operazioni contro Annibale. Lui e il suo collega si stanziarono presso la Gallia Cisalpina dove il condottiero punico stava svernando con le sue truppe: Allinizio della primavera Gaio Flaminio con le sue truppe attravers lEtruria e si accamp dinanzi alla citt di Arezzo, Gneo Servilio, invece, avanz fino a Rimini per attendervi lattacco degli avversari1035. Mentre Gneo aspettava a Rimini, Annibale piazz i suoi uomini nei pressi del campo dellaltro console e si apprest ad attaccarlo. Gneo tent di raggiungere il collega per aiutarlo, ma si rese conto di procedere troppo lentamente; decise pertanto di mandare avanti un gruppo di quattromila cavalieri, per assicurarsi che il collega ricevesse dei rinforzi in attesa dellarrivo del resto dellesercito. I soccorsi per non arrivarono in tempo e Flaminio fu sconfitto nella ben nota battaglia del Trasimeno, una delle pi drammatiche disfatte subite da Roma. Per giunta, i rinforzi di Servilio furono sorpresi da un contingente punico e sbaragliati.
Fu quindi eletto un dittatore e Gneo divenne il responsabile della flotta addetta al controllo dei mari tra la Sardegna e la Corsica. Nel 216 a.C., quando furono eletti i nuovi consoli, Gneo ottenne il titolo di proconsole e continu a combattere contro Annibale, trovandosi coinvolto nella battaglia di Canne: Tutti perirono sul campo, fra gli altri pure Marco e Gneo, consoli dellanno precedente, uomini valorosi, che anche durante quella battaglia si erano dimostrati degni di Roma1036.
Gneo Servilio Cepione, console nel 203 a.C., fu anchegli coinvolto nella seconda guerra punica. Edile nel 207, pretore nel 205, durante il suo consolato fu inviato nel Bruzio a combattere Annibale e si scontr con lui nella zona di Crotone. Non sappiamo molto di questo confronto, ma poco dopo Annibale dovette lasciare lItalia e Gneo, senza alcuna autorizzazione da parte del Senato, spost le sue truppe in Sicilia, con lintento di inseguire il cartaginese in Africa. Per fermarlo da Roma elessero un dittatore, obbligando Gneo a rientrare nellUrbe. Di lui non sappiamo molto altro, senonch fu mandato nel 192 a.C. in Grecia per sollecitare gli alleati a prendere le armi contro re Antioco, e che mor nel 174 a causa della peste1037.
Sia suo figlio che i suoi nipoti divennero consoli. Il figlio, Gneo Servilio Cepione, fu edile nel 179 a.C., pretore nel 174 e infine rivest la massima magistratura nel 169. I suoi nipoti, Gneo Servilio Cepione e Quinto Servilio Cepione, furono rispettivamente consoli nel 141 e nel 140 a.C. Si dice che i due fratelli fossero molto abili nellarte delloratoria e che avessero raggiunto una notevole fama, tanto che Cicerone li presenta cos: Sempre nello stesso periodo i due Cepioni sostenevano molti loro clienti con consigli e con la parola, ma pi, tuttavia, con la loro autorit e influenza1038.
Esisteva anche un terzo fratello il quale per fu adottato nella gens Fabia; si tratta di Quinto Fabio Massimo Serviliano, console nel 142 a.C. Serviliano combatt contro i lusitani di Viriato stipulando con loro un trattato di pace. Suo fratello Quinto, per, era assai ambizioso e riusc a convincere il Senato che laccordo era poco conveniente per Roma, assumendosi lincarico di riprendere le ostilit. Viriato e i lusitani furono infine sconfitti, ma non in seguito a una gloriosa battaglia: Pure la sanguinosa fine di Viriato si trascina con s una duplice accusa di perfidia, riguardante i suoi amici, perch fu ucciso per mano loro, e il console Quinto Servilio Cepione, perch costui si rese responsabile di codesto delitto avendo promesso limpunit, e non merit, ma compr la vittoria1039.
Il figlio di Quinto, Quinto Servilio Cepione, fu console nel 106 a.C. Nato nel 150 circa, era stato tribuno militare in Asia nel 129 a.C. e pretore nel 109. Allepoca della pretura, probabilmente non del tutto per caso, aveva ottenuto il governo della Spagna Ulteriore e si era trovato a combattere anche lui con i lusitani, proprio come suo padre e suo zio, riportando una vittoria lanno successivo, in veste di propretore. Nel 106 divenne console e fu mandato in Gallia Narbonense dove si rese responsabile di uno dei pi grandi scandali della storia di Roma, il furto del famoso oro di Tolosa. La citt si era ribellata ai cimbri, che tentavano di occuparla, e Quinto venne in suo soccorso. In realt, giunto a Tolosa, si dedic principalmente al saccheggio di tutto loro conservato nei templi, arricchendosi a dismisura ma attirando su di s e sui suoi eredi lira degli di; almeno secondo quanto credevano gli antichi. Loro di Tolosa fu prelevato e caricato su dei carri diretti alla volta di Roma, che avrebbero dovuto essere consegnati al Senato. Tuttavia, lungo la strada dei predoni riuscirono ad avere la meglio sulla colonna romana che scortava il prezioso bottino e gran parte di esso fu rubato. Quinto fu accusato di aver architettato tutto e la malasorte che lo perseguit da allora fu considerata una prova della sua colpa.
Nel 105 a.C., tuttavia, Quinto era ancora in Gallia in qualit di proconsole, e l fu raggiunto dai neoconsoli per combattere contro i cimbri e i teutoni che stavano dando filo da torcere ai romani. Linimicizia tra Quinto e uno dei nuovi magistrati supremi, Gneo Mallio Massimo, fu loro fatale durante la celebre battaglia di Aurasio. In realt pare che la colpa della disfatta fosse per lo pi di Cepione il quale, nel tentativo di prendersi tutto il merito della vittoria, si rifiut di unire le proprie forze a quelle del collega generando lo scompiglio tra i romani: Gneo Mallio console e Quinto Servilio proconsole furono vinti in battaglia e spogliati degli alloggiamenti. I soldati uccisi ammontarono a ottantamila, ed a quarantamila, secondo Anziate, la turba dei saccardi e bagaglioni presso Aurasione. A Cepione, per la cui temerariet era avvenuta la strage, furono sequestrati i beni, primo esempio da Tarquinio in poi, e tolto il comando1040.
Solo nel 95 a.C., tuttavia, lex console fu citato in giudizio e condannato per quanto commesso dieci anni prima in occasione della disfatta. A questo punto le notizie relative alla sua sorte si fanno confuse ed  lo stesso Valerio Massimo a riportare le due diverse versioni. Secondo alcuni Quinto sarebbe morto in carcere: Dopo aver ottenuto, per la splendida pretura, per lillustre trionfo, per il glorioso consolato, per la carica di pontefice massimo, il titolo di difensore del senato, mor nelle pubbliche carceri, e il suo corpo, straziato dalle impure mani del carnefice, giacque sulle Gemonie, osservato con raccapriccio da tutto il foro romano1041. Secondo altri, con laiuto di un amico, il tribuno della plebe Lucio Antistio Regino, Quinto sarebbe riuscito a ottenere la condanna allesilio, trascorrendo gli ultimi suoi anni di vita presso la citt di Smirne1042. In ogni caso, molti sono convinti che avesse nascosto gran parte delloro di Tolosa, sottraendolo pertanto al sequestro dei suoi beni e trasmettendolo quindi agli eredi.
Generalmente viene attribuito a Quinto un figlio, tale Quinto Servilio Cepione, questore nellanno 100 a.C., ma alcuni mettono in dubbio questo legame di parentela per questioni cronologiche. Partendo dal presupposto che prima delle riforme sillane si poteva diventare consoli non prima di aver compiuto quarantatr anni e questore intorno ai ventisette, alcuni studiosi si sono chiesti come sia possibile che, a soli sei anni dal suo consolato, Quinto avesse un figlio di ventisette anni. In realt il legame di parentela  plausibile: bisognerebbe ipotizzare che Quinto ebbe suo figlio allet di ventidue anni, il che forse non era usuale a quel tempo per un uomo, ma neanche impossibile.
Durante la sua questura, Quinto junior si oppose strenuamente al tribuno della plebe Saturnino, tanto che quando questi, nonostante il veto di un collega, tent di far passare una legge frumentaria, il questore intervenne con degli armati per fermarlo. Quinto fu considerato addirittura il responsabile dellinizio della guerra sociale, che mise seriamente in difficolt Roma per qualche anno: Anche le inimicizie tra Cepione e Druso cominciarono da un anello in vendita allasta, da qui lorigine della guerra sociale e dello stato1043. Messa cos la storia sembra alquanto banale, ma ricapitoliamo un attimo i fatti per capire bene cosa accadde. Quinto e Marco Livio Druso1044, tribuno della plebe nel 91 a.C., erano cognati: Quinto aveva sposato Livia Drusa, sorella di Livio, e questultimo aveva sposato la sorella di Cepione, Servilia. I due si schierarono in Senato con fazioni diverse e Cepione, forse senza neanche pesare bene le sue azioni, attacc due pezzi grossi dellaristocrazia senatoria portandoli in tribunale. Si trattava del princeps senatus Marco Emilio Scauro1045 e del console Lucio Marcio Filippo, accusati rispettivamente di estorsione e corruzione. I due furono assolti, ma ci non indusse Cepione a desistere dallattaccare laristocrazia senatoria.
Nonostante il cognato avesse perso lappoggio degli aristocratici una volta diventato tribuno della plebe nel 91 a.C., e sostenendo la concessione della cittadinanza romana anche ai soci italici, quando questi fu assassinato Cepione fu annoverato tra i possibili mandanti, e in effetti fu proprio questo omicidio a scatenare la famosa guerra sociale. Quinto prese parte al conflitto con i soci romani e dopo aver riportato delle vittorie, fu sconfitto e ucciso in un agguato da Pompedio, uno dei comandanti italici.
 possibile che linimicizia tra Quinto e Livio, oltre che di ordine politico, poggiasse anche su questioni familiari. Quinto infatti, come abbiamo detto, era sposato con Livia Drusa, sorella di Livio, dalla quale ebbe tre figli: un maschio, Quinto Servilio Cepione, e due femmine. Una delle due Servilie fu la seconda moglie di Lucullo1046, mentre laltra spos in prime nozze Marco Giunio Bruto, e non  altro che la celebre Servilia amante di Cesare e madre del cesaricida Bruto.
A un certo punto troviamo Livia Drusa, non ancora vedova1047, sposata con un altro uomo, Marco Porcio Catone, nipote del famoso Catone detto il Censore. Da questi la donna ebbe altri due figli: una femmina di nome Porcia e un maschio, Marco Porcio Catone lUticense, il famoso avversario di Cesare1048.  probabile che anche la separazione da Cepione fosse una delle cause di contrasto tra i cognati, ma potrebbe essere stata anche una conseguenza. Bisognerebbe conoscerne le motivazioni per capire quanto e se influ nei rapporti tra Quinto e Livio, ma le fonti non ci forniscono alcuna informazione in merito.
Coetaneo di Quinto Servilio Cepione era Gaio Servilio Glaucia, noto demagogo alleato di Gaio Mario e Lucio Apuleio Saturnino. Di Glaucia conosciamo solo gli ultimi anni di vita. Sappiamo che era un demagogo dotato di unottima capacit oratoria, come ammette lo stesso Cicerone, il quale per al tempo stesso lo definisce la persona pi abbietta che abbia mai conosciuto1049.
Nel 100 a.C., grazie alla sua alleanza con Mario e Saturnino, Glaucia riusc a diventare pretore, poi, in barba alla lex Villia annalis, che stabiliva un intervallo di due anni tra una magistratura e laltra, nel 99 si candid al consolato. Poich era data per scontata la vittoria dellaristocratico Marco Antonio Oratore, Glaucia si dovette contendere il secondo seggio con Gaio Memmio. Lui e Saturnino decisero di eliminare fisicamente il contendente, cos come avevano fatto tempo addietro con un avversario politico di Saturnino. Fino ad allora i due avevano sempre tramato nellombra, ma ormai il loro stretto legame con Mario li aveva convinti di poter contare sullimmunit per qualunque nefandezza avessero commesso. Memmio fu quindi inseguito per le strade della citt e ucciso a bastonate; ma la sua morte, cos plateale, scaten lira del popolo che costrinse Glaucia, Saturnino e i loro seguaci a rifugiarsi presso il Campidoglio.
I loro eccessi gli pregiudicarono lappoggio di Mario, che decise infine di sganciarsi dai due scomodi soci, ricevendo dal Senato lincarico di stanare i rivoltosi. Il condottiero si sottopose cos a un serrato assedio tagliando loro i rifornimenti di acqua per costringerli a capitolare. Preso atto della sconfitta, Glaucia, Saturnino e gli altri si arresero ma furono uccisi o mentre venivano scortati verso la Curia Ostilia, dove dovevano essere condotti in attesa del processo, oppure allinterno dello stesso edificio, colpiti dai loro avversari che, saliti sul tetto, li lapidarono con tegole e pietre.
Alla corte di Cesare
Passiamo a uno dei Servili pi prestigiosi della storia di Roma, Publio Servilio Vatia Isaurico, console nel 79 a.C. e nipote di Quinto Cecilio Metello Macedonico. Isaurico  il primo della familia dei Vatia che compare nei fasti consolari.
La prima notizia che le fonti ci forniscono su di lui  relativa allanno 100 a.C., quando Isaurico prese le armi, insieme a molti altri romani, contro il tribuno della plebe Saturnino. Nel 90 a.C. fu pretore e nell83 lo troviamo al servizio di Silla, per il quale partegger allepoca della guerra civile contro Mario1050. Per lappoggio offerto al futuro dittatore, ottenne il consolato nel 79 a.C., ma fu nel 78 che ricevette lincarico pi importante della sua vita. Divenuto proconsole, gli fu assegnato un mandato speciale per combattere i pirati cilici1051 e in quella circostanza diede prova di grande abilit. La guerra dur allincirca tre anni e si divise in due fasi: una combattuta in mare, contro le navi nemiche; laltra, che segu la sconfitta navale dei cilici, nellentroterra asiatico, dove i pirati si erano rifugiati per sfuggire ai romani. Isaurico diede la caccia ai pirati fin nelle loro roccaforti espugnandone diverse, tra cui per lappunto Isaura, che gli valse lagnomen che portava.
Tornato in patria, nel 74 a.C. ottenne il trionfo per le prodezze compiute e nel 70 fu coinvolto nel processo pi famoso della storia di Roma, quello contro Verre. Isaurico fu, infatti, tra i giudici che ebbero il compito di giudicare il famigerato propretore. Alleato di Pompeo Magno, lo sostenne sia nellultima fase della guerra contro Mitridate che quando si dovette decidere se concedergli o meno un mandato speciale per combattere nuovamente contro i pirati cilici. Fu anche un caro amico di Cicerone, che appoggi sia nella lotta contro Catilina, approvando la pena di morte per i cinque catilinari catturati dalloratore, sia quando fu mandato in esilio. Fu, infatti, tra coloro che si prodigarono per il ritorno in patria dellamico.
Nel 63 a.C., oltre a combattere Catilina, Isaurico si dedic anche alle elezioni per il pontificato massimo. Era tra i candidati di maggior prestigio ma, nonostante ci, fu battuto dal giovanissimo Cesare, che era stato suo subalterno allepoca della guerra contro i pirati. Probabilmente, se avesse preso parte alla guerra civile tra Cesare e Pompeo, avrebbe parteggiato per questultimo, ma allepoca del conflitto era ormai troppo anziano per farsi coinvolgere. Le fonti sostengono che aveva allincirca ottantanni nel 44 a.C., quindi pi di settanta allo scoppio del conflitto.
Oltre che per le capacit militari, Isaurico viene ricordato anche per la sua integrit. Un aneddoto riportato da Valerio Massimo rende chiaramente lidea di quanto fosse stimato e rispettato:
Publio Servilio, ex console, ex censore, gi insignito dellonore del trionfo, che aggiunse ai titoli di gloria dei suoi antenati lappellativo Isaurico, accortosi nellattraversare il Foro che venivano prodotti testimoni contro un accusato, si present a testimoniare e, tra lalta meraviglia sia dei patroni che degli accusatori, cominci a parlare cos: Costui che si difende, o giudici, di che paese sia o che vita abbia condotto sin qui o quanto a ragione o a torto venga accusato, non so: so soltanto che, incontratomi sulla via Laurentina, in un punto in cui la strada  stretta, non volle scendere da cavallo. Se ci abbia qualcosa a che vedere con la vostra coscienza, giudicherete voi: io ho pensato di non doverne tacere. I giudici, ascoltati appena gli altri testimoni, condannarono laccusato: per loro valse non solo la nobilt delluomo, ma soprattutto il grave sdegno per loffesa fatta alla sua dignit; e credettero che chi non sapeva rispettare i primi cittadini, sarebbe stato capace di qualunque delitto1052.
Alla fazione opposta a quella del padre appartenne Publio Servilio Vatia Isaurico figlio, console nel 48 e nel 41 a.C. In realt, a dire il vero, costui appare piuttosto una banderuola, come vedremo. Nato intorno al 94 a.C., fu nei suoi primi anni fortemente influenzato da Catone lUticense, poi, per qualche motivo, poco prima dello scoppio della guerra civile tra Cesare e Pompeo pass dalla parte di Cesare.
Nel 60 aveva sposato la nipote di Catone, Giunia, figlia di Decimo Giunio Silano e di sua moglie Servilia. Nel 54 a.C. era diventato pretore insieme a Catone e nel 48, proprio in seguito al suo voltafaccia, ottenne da Cesare il consolato1053. Rimase a occuparsi di Roma quando il dittatore part per inseguire Pompeo e poi, tra il 46 e il 44 a.C., si trasfer nella provincia dAsia. In seguito alla morte di Cesare torn a prendere le parti degli aristocratici, appoggiando il vecchio amico di suo padre, Cicerone, nella lotta contro Marco Antonio. Ma lennesimo voltafaccia era dietro langolo; non trascorse molto tempo, infatti, prima che Vatia prendesse le parti di Ottaviano e gli offrisse in moglie sua figlia Servilia. La ragazza fu solo temporaneamente fidanzata con Ottaviano, che poi la respinse per far posto a Clodia, figlia di Clodio e Fulvia: Fin dalla prima adolescenza, si era fidanzato con la figlia di Publio Servilio Isaurico, ma quando si riconcili con Antonio, dopo la prima discordia, avendo chiesto i loro soldati che si unissero anche con vincoli di parentela, prese in moglie, bench fosse appena in et da marito, Claudia, figliastra di Antonio, figlia di Fulvia e di Publio Clodio1054. La rottura del fidanzamento avvenne quindi intorno al 43 a.C. e nel 41 troviamo Vatia di nuovo console, ma questa volta al fianco di Antonio, da poco riconciliatosi con Ottaviano.  possibile che questo secondo mandato fosse stato una sorta di compenso per lo scioglimento del fidanzamento di Ottaviano con la figlia, ma non ne abbiamo la certezza. Comunque la ragazza spos un altro personaggio di rango, unendosi in matrimonio con il figlio del triumviro Lepido.
Alcuni dei membri della gens Servilia presero parte attiva allassassinio di Cesare. Primo fra tutti c sicuramente Marco Giunio Bruto Cepione, che abbiamo trattato nella gens Giunia per questioni gi chiarite, ma che tecnicamente, essendo stato adottato dallo zio, era un Servilio. Altri due cesaricidi furono i fratelli Casca, Gaio Servilio Casca e Publio Servilio Casca Longo.
Di Gaio non conosciamo pressoch nulla, mentre per quanto riguarda Publio sappiamo che allepoca dellassassinio era tribuno della plebe, che combatt a Filippi e che mor poco dopo la disfatta subita dallesercito di Bruto e Cassio.
Uno dei due fratelli, le fonti non specificano chi dei due, fu il primo a colpire Cesare e fu a sua volta ferito nella colluttazione:
Quando [Cesare] si fu messo a sedere, i congiurati gli si fecero attorno come per rendergli onore, e immediatamente Cimbro Tillio, che si era assunto il compito di dare il segnale, gli si avvicin come per chiedergli qualcosa, e poich Cesare gli opponeva un rifiuto e col gesto mostrava di voler rinviare quella faccenda a un altro momento, lo afferr per la toga su ambedue le spalle; e mentre egli gridava ma questa  violenza! uno dei due Casca lo colp di fronte, ferendolo poco sotto la gola. Cesare, afferrato il braccio di Casca, lo trapass con lo stilo e tent di balzare in piedi1055.
Cassio Dione ci fornisce anche unaltra informazione:
In quella confusione accadde anche un fatto che merita di essere ricordato. Il tribuno Gaio Casca, vedendo che Cinna era stato ucciso a causa dellomonimia con il pretore Cinna, temette di fare la stessa fine, perch il tribuno Publio Servilio Casca era stato uno degli assassini di Cesare. Allora diffuse una dichiarazione nella quale affermava che i due Casca avevano eguale nome, ma diversi sentimenti1056.
Questo passaggio  alquanto complicato da interpretare: si parla, infatti, di un Gaio che avrebbe lo stesso cognomen di Publio e che come lui era tribuno della plebe, ma che si sarebbe dissociato dal cesaricidio per evitare rappresaglie. Chi era questo Gaio? Dalla trattazione non si evince se si tratti o meno del fratello di Publio, in tal caso sembrerebbe non aver preso parte allassassinio. Allo stesso tempo, se non si trattava del fratello di Publio, come mai temeva che il popolo incolpasse lui anzich laltro fratello Casca, che aveva il suo stesso praenomen oltre che il cognomen? Valeva la pena riportare la notizia ricordata da Cassio Dione, ma in effetti, pi che a chiarire la situazione serve solo a ingarbugliarla maggiormente.
Publio fu tra i processati secondo la lex Pedia de interfectoribus Caesaris. La condanna avvenne in contumacia perch il cesaricida, avendo saputo dellarrivo di Ottaviano a Roma, e temendo la sua vendetta, aveva lasciato la citt gi da un pezzo, tanto che gli fu tolta la carica di tribuno della plebe proprio per la sua assenza prolungata1057. Lultimo dato relativo a Publio risale alla battaglia di Filippi, in seguito alla quale si suicid.
Marco Servilio Noniano, oltre a essere stato console nel 35 d.C., fu noto per la sua attivit di storico: Segu la morte di due uomini illustri, Domizio Afro e Marco Servilio, cospicui ambedue per le alte cariche e per la bella eloquenza; luno celebre nelloratoria forense, laltro famoso per la lunga pratica di tribunale e pi tardi anche per i suoi scritti di storia romana e per la raffinatezza della sua vita1058.
Probabilmente Noniano  figlio di Marco Servilio console nel 3 d.C., e di sua moglie Nonia. Mor nel 60 d.C. e non si sa granch delle sue opere. Le informazioni che lo riguardano sono poche e generiche, tranne una, riportata da Plinio il Vecchio, a proposito di una sua abitudine alquanto inusuale: Marco Servilio Noniano, uno dei primi uomini di Roma, temendo la congiuntivite, prima di nominare tale male, o che altri lo pronunciasse, si metteva al collo una carta legata con il lino, dove erano scritte due lettere greche, P e A1059.
Della gens Servilia non vengono ricordate molte donne, ma una di loro  sicuramente degna della fama che tuttora la avvolge; stiamo parlando di Servilia, sorellastra di Catone lUticense, amante di Cesare e madre di Bruto il cesaricida. Figlia di Livia, sorella di Marco Livio Druso, tribuno della plebe nel 91 a.C., e del suo primo marito, Quinto Servilio Cepione1060, questore nel 100 a.C., Servilia si spos due volte: la prima con Marco Giunio Bruto, padre dellomonimo figlio, e la seconda con un altro membro della gens Giunia, Decimo Giunio Silano, console nel 62 a.C. e padre delle sue tre figlie femmine1061.
Servilia divenne lamante di Cesare gi allepoca del suo primo matrimonio, ma non abbastanza presto da confermare i sospetti che avrebbero voluto il dittatore quale padre naturale del giovane Marco.
Catone lUticense, da feroce avversario di Cesare quale era, non vedeva di buon occhio la relazione tra i due, che per era ben nota a tutti. Plutarco riporta anche un aneddoto secondo cui, nel 63 a.C., mentre in Senato si discuteva sulla punizione da infliggere ai catilinari catturati, Cesare ricevette un bigliettino. Catone inizi a inveire contro di lui, sostenendo che stava ricevendo direttive da Catilina, con il quale era in combutta. Fu a quel punto che Cesare dovette mostrare allirreprensibile oratore un biglietto alquanto piccante inviatogli da sua sorella Servilia1062.
Cesare la am molto, tanto da farle diversi doni di ingente valore, primo fra tutti una perla ricordata dalle fonti per il suo pregio: Ma pi di ogni altra [Cesare] am Servilia, la madre di Marco Bruto, per la quale, durante il suo primo consolato, aveva acquistato una perla del valore di sei milioni di sesterzi1063. La relazione tra i due dur diverso tempo se si pensa che nel 63, allepoca del famoso biglietto, era gi iniziata e che nel 59, anno del primo consolato di Cesare, lui le faceva ancora regali del genere. Pare che il dittatore fosse attratto pi dal carattere indomito della donna che non dal suo aspetto fisico. Servilia sopravvisse sia alla morte di Cesare che a quella del figlio Bruto, le cui spoglie le furono inviate in seguito alla battaglia di Filippi.

1022 Livio, Ab Urbe condita libri, I, 30 e Dionigi di Alicarnasso, Antichit romane, iii, 29, 7.
1023 G.D. Chase, The origin of roman praenomina, in Harvard Studies in Classical Philology, 8 (1897), p. 125.
1024 Cicerone, Tusculanae Disputationes, i, 13.
1025 Plinio il Vecchio, Naturalis historia, xxxiv, 137.
1026 Vedi la Gens Claudia.
1027 Livio, Ab Urbe condita libri, ii, 27.
1028 Ivi, iv, 21.
1029 Ivi, iv, 22.
10301 Ivi, iv, 45-47.
1031 C qualche dubbio relativo alla prima data.
1032 Livio, Ab Urbe condita libri, xxi, 25.
1033 Ivi, xxvii, 21.
1034 Ivi, xxx, 19.
1035 Polibio, Storie, iii, 77.
1036 Ivi, iii, 116.
1037 Livio, Ab Urbe condita libri, xli, 21, 8.
1038 Cicerone, Brutus, 97. Vedi anche Valerio Massimo, Facta et dicta memorabilia, viii, 5, 1.
1039 Valerio Massimo, Facta et dicta memorabilia, ix, 6, 4.
1040 Livio, Ab Urbe condita libri, periocha lxvii.
1041 Valerio Massimo, Facta et dicta memorabilia, vi, 9, 13.
1042 Ivi, iv, 7, 3.
1043 Plinio il Vecchio, Naturalis historia, xxxiii, 20.
1044 Vedi la Gens Livia.
1045 Vedi la Gens Emilia e Cicerone, Pro Scauro, i.
1046 Vedi la Gens Licinia.
1047 Sappiamo che Livia e Saloniano morirono prima di Livio; infatti Plutarco ricorda che fu questultimo a crescere nella propria casa il piccolo Catone. Perci, essendo Quinto morto nel 90 a.C. durante la guerra sociale, era vivo e vegeto quando Livia spos il suo secondo marito.
1048 Plutarco, Catone Minore, i.
1049 Cicerone, Brutus, 224.
1050 Velleio Patercolo, Historiae romanae, ii, 28.
1051 Livio, Ab Urbe condita libri, periocha xc.
1052 Valerio Massimo, Facta et dicta memorabilia, viii, 5, 6.
1053 Cesare, De bello civili, iii, 1.
1054 Svetonio, Augustus, lxii.
1055 Id., Caesar, lxxxii.
1056 Cassio Dione, Storia romana, xliv, 52, 2-3.
1057 Ivi, 49, 1.
1058 Tacito, Annales, xiv, 19.
1059 Plinio il Vecchio, Naturalis historia, xxviii, 29.
1060 Vedi sopra.
1061 Vedi la Gens Giunia sia per i mariti che per i figli di Servilia.
1062 Plutarco, Catone Minore, xxiv.
1063 Svetonio, Caesar, l.

Gens Sulpicia

Prosopografia
vi secolo a.C.
11. servio sulpicio camerino cornuto console nel 500 a.C. Probabilmente fratello del n. 2 e padre del n. 3.
v secolo a.C.
12. quinto sulpicio camerino cornuto console nel 490 a.C. Probabilmente fratello del n. 1;
13. servio sulpicio camerino cornuto console nel 461 e decemviro nel 451 a.C. Figlio del n. 1 e padre del n. 4;
14. quinto sulpicio camerino pretestato console e poi tribuno consolare nel 434 a.C.1064. Figlio del n. 3 e padre dei nn. 6 e 7;
15. quinto sulpicio camerino cornuto tribuno consolare nel 402 e nel 398 a.C. Nipote del n. 3.
iv secolo a.C.
16. servio sulpicio camerino console suffetto1065 nel 393 a.C. e tribuno consolare nel 391. Figlio del n. 4 e fratello del n. 7;
17. quinto servio sulpicio longo tribuno consolare nel 390 a.C. Figlio del n. 4 e fratello del n. 6;
18. servio sulpicio rufo1066 tribuno consolare nel 388, 384 e 383 a.C.;
19. gaio sulpicio tribuno consolare nel 382 a.C.;
10. gaio sulpicio petico console nel 364, 361, 355, 353 e 351 a.C. nonch dittatore nel 358 a.C.;
11. servio sulpicio pretestato tribuno consolare nel 377, 376, 370 e 368 a.C. Figlio del n. 6 o 8 e padre del n. 12;
12. servio sulpicio camerino rufo console nel 345 a.C. Figlio del n. 11;
13. gaio sulpicio longo console negli anni 337, 323 e 314 a.C. e dittatore nel 312. Nipote del n. 7;
14. publio sulpicio saverrio console nel 304 a.C. Padre del n. 15.
iii secolo a.C.
15. publio sulpicio saverrio console nel 279 a.C. Figlio del n. 14;
16. gaio sulpicio patercolo console nel 258 a.C.;
17. gaio sulpicio gallo console nel 243 a.C.;
18. publio sulpicio galba massimo console nel 211 e nel 200 a.C. e dittatore nel 203. Nipote del n. 15.
ii secolo a.C.
19. gaio sulpicio gallo console nel 166 a.C.;
20. servio sulpicio galba console nel 144 a.C. Nipote del n. 18 e padre del n. 21;
21. servio sulpicio galba console nel 108 a.C. Figlio del n. 20.
i secolo a.C.
22. servio sulpicio rufo console nel 51 a.C.;
23. publio sulpicio quirino console nel 12 a.C.;
24. gaio sulpicio galba console suffetto nel 5 a.C. Padre dei nn. 27 e 29;
25. gaio sulpicio console suffetto nel 4 a.C.
i secolo d.C.
26. quinto sulpicio camerino console nel 9 d.C.;
27. gaio sulpicio galba console nel 22 d.C. Figlio del n. 24 e fratello del n. 29;
28. quinto sulpicio camerino petico console suffetto nel 46 d.C.;
29. servio sulpicio galba console nel 33 d.C. Figlio del n. 24 e fratello del n. 27;
30. sulpicio lucrezio barba1067 console suffetto nel 99 d.C.
ii secolo d.C.
31. servio sulpicio tertullo console nel 158 d.C.

1064 Risultano problemi relativi ai consoli di questanno, vedi Livio, Ab Urbe condita libri, IV, 23.
1065 In ivi, V, 29, 2 Servio risulta console ordinario e non sostituto dei due precedentemente eletti e dimissionari.
1066 Nella Pauly-Wissowa si ipotizza che Servio Sulpicio Camerino, console suffetto del 393 a.C., e Servio Sulpicio Rufo siano la stessa persona. Il nome completo avrebbe dovuto essere Servio Sulpicio Camerino Rufo. Generalmente si tende a separare le due figure ma il dubbio resta a causa del fatto che le fonti, quando menzionano questi personaggi, non usano quasi mai il cognomen, per cui, essendo i due coetanei,  difficile distinguerli con chiarezza.
1067 Non si conosce il prenome.
Dati incerti e confusi
La gens Sulpicia appartiene al gruppo delle gentes patrizie pi antiche di Roma e ha fatto la sua comparsa nei fasti consolari nel 500 a.C. Anche se la sua storia sembra continuare ininterrotta fino al ii secolo d.C., dobbiamo prendere atto del fatto che, a partire dal iii secolo a.C., non ebbe pi una grossa rilevanza in ambito politico. Il suo secolo doro fu sicuramente il iv a.C., quando alcuni Sulpici raggiunsero per ben venticinque volte, su un totale di cinquanta circa, il consolato.
Per la prima fase, vale a dire il vi e v secolo a.C., abbiamo ununica familia che si distingue, quella dei Camerino Cornuto, mentre per i secoli successivi si evidenzia una maggiore variet. Si alternano, infatti, i Longo, i Rufo, i Pretestato, i Petico, i Gallo, i Galba e i Saverrione.
I Camerini sarebbero originari della citt latina di Cameria, conquistata da Romolo. Circa quattromila abitanti di questo centro sarebbero stati introdotti nel patriziato romano dallo stesso Romolo, dando vita alla gens Sulpicia e in particolare alla familia dei Camerini1068. Secondo altri studiosi, questa gens sarebbe giunta a Roma solo in un secondo momento, tra le minores gentes, ma il dato non sembra confermato. Sicuramente dovevano esserci anche alcuni rami plebei della gens, come dimostra il fatto che diversi membri ottennero la carica di tribuno della plebe, ma per lo pi i Sulpici furono patrizi.
Sfortunatamente, per quanto riguarda i personaggi di questa gens vissuti tra il vi e il iv secolo a.C., si  creata una certa confusione, che non ci permette di distinguerli sempre chiaramente luno dallaltro. Questo perch si chiamano quasi tutti Servio o Quinto e, dato che le fonti spesso citano solo il praenomen e il gentilizio, omettendo il cognomen, ci ritroviamo con una valanga di Servio Sulpicio e Quinto Sulpicio coetanei e difficili da definire. In questi casi va tenuto presente che lattribuzione delle magistrature e delle varie parentele non  da considerarsi certa, ma solo ipotetica.
Uno dei pochi monumenti funebri rinvenuti e facenti capo a questa gens  quello dedicato a un Servio Sulpicio Galba, da identificarsi quasi sicuramente con il console del 108 a.C. e collocato presso lEmporium, lantico porto dellUrbe. Tuttavia, si tratta di un monumento funebre personale e non gentilizio. Di monumenti gentilizi appartenenti alla gens Sulpicia non v traccia.
Lintera zona dellEmporium era caratterizzata da edifici legati alla familia dei Galba, come dimostrano alcuni horti e i famosi Horrea Galbana. La costruzione di questi enormi magazzini, destinati alla conservazione delle derrate alimentari, sarebbe da attribuire al Servio Sulpicio Galba proprietario della suddetta tomba, anche se viene ricordato un restauro dellimperatore Galba, altro membro illustre della gens.
Il primo Sulpicio menzionato nei fasti  Servio Sulpicio Camerino Cornuto, console nel 500 a.C. Livio  lapidario a proposito del consolato di Servio: Consoli Servio Sulpicio e Manio Tullio, nulla fu compiuto che meriti dessere ricordato1069, chiudendo immediatamente la questione. Ma la verit  tuttaltra. Per fortuna, Dionigi di Alicarnasso1070 ci fornisce qualche dettaglio in pi, informandoci che proprio nel 500 a.C., durante il consolato di Servio, alcuni fidenati occuparono la rocca della citt di Fidene, allepoca legata a Roma da un trattato di pace, per ribellarsi ai romani. Questi ultimi decisero di mandare il collega di Servio, Manio, ad assediare la citt senza per prendere iniziative avventate poich la popolazione allinterno, come molti altri latini in generale, era divisa tra chi voleva ribellarsi a Roma e chi, invece, intendeva rispettare gli accordi presi in precedenza. Alla fine i latini, chiamati in soccorso dai fidenati, fecero sapere ai romani che non avrebbero iniziato una guerra contro di loro a patto che avessero accettato di rimettere al potere il deposto re Tarquinio e i suoi. Proposta evidentemente provocatoria, che mirava chiaramente alla riapertura delle ostilit.
Mentre tutto questo si svolgeva allesterno delle mura della citt, allinterno si tentava di sollevare i poveri contro i ricchi per danneggiare il nuovo governo repubblicano e ripristinare Tarquinio sul trono. Tuttavia la congiura fu scoperta: Ma la provvidenza divina, che ha messo in salvo la citt in ogni occasione, continuando a proteggerla fino ai miei tempi, fece venire allo scoperto i loro disegni mediante uninformazione pervenuta a uno dei consoli, Sulpicio, da parte di due fratelli, Publio e Marco Tarquinio, originari della citt di Laurento, che avevano un ruolo di primo piano tra i promotori della congiura1071.
Servio tenne per s le informazioni fornitegli dai fratelli per qualche tempo. Poi, per evitare che lo si ritenesse responsabile di esecuzioni sommarie, prima di tutto fece sapere ai latini, chiamati in soccorso dai fidenati ribelli, che i romani non avrebbero mai accettato una nuova tirannide dei Tarquini nellUrbe e infine mise in atto uno stratagemma per incastrare i congiurati:
Scelto il fior fiore dei senatori, diede loro lordine che, accordatisi con gli amici pi fidati e i congiunti, occupassero i punti fortificati della citt nei quali ognuno si trovava ad avere labitazione; ai cavalieri poi comand di attendere, muniti di spade, nelle case situate nelle posizioni pi strategiche intorno al foro e di eseguire gli ordini che sarebbero stati dati loro []. Dopo aver predisposto queste cose, ordin ai delatori della congiura di convocare i capi nel foro verso mezzanotte, con il seguito degli amici pi intimi, per ricevere ordini, avere informazioni sul luogo, prendere accordi e conoscere i compiti assegnati a ciascuno. E cos avvenne. Quando i capi dei congiurati si furono radunati nel foro, subito, grazie agli accordi segreti, le alture si riempirono di uomini che presero le armi in difesa della citt1072.
Alla fine i congiurati furono messi a morte e Roma torn alla quiete. Servio dovette ultimare il suo mandato da solo: il suo collega, durante un corteo solenne svoltosi in occasione dei giochi sacri, cadde dal carro e mor a causa del trauma. Ritroveremo Servio ancora una volta nel 494 a.C., in occasione del conflitto tra patrizi e plebei, quando fu scelto per far parte di unambasceria di dieci personaggi illustri da inviare a parlamentare con la plebe.
Il figlio di Servio, Servio Sulpicio Camerino Cornuto, fu console nel 461 a.C., un anno cominciato sotto i peggiori auspici:
In quellanno il cielo parve incendiarsi, e il suolo fu scosso da un tremendo terremoto. Si credette, cosa cui non sera prestata fede lanno precedente, che una vacca avesse parlato. Tra gli altri prodigi, sebbe anche una pioggia di carne che, a quanto si narra, fu afferrata da un gran numero di uccelli che vi svolazzavano nel mezzo; quella che cadde a terra vi sarebbe rimasta abbandonata per parecchi giorni senza minimamente imputridire1073.
In realt, i tribuni della plebe accusarono i consoli di quellanno di aver seminato il panico solo per poter consultare i libri sibillini e ottenere un responso a loro favore, che ammoniva la popolazione a non provocare sedizioni. Questo perch fin dallanno precedente patrizi e plebei erano in conflitto per lapprovazione della legge Terentilia, che avrebbe dovuto limitare e stabilire i poteri dei consoli; e lunico sistema rimasto ai patrizi per evitare lapprovazione di questa norma sembrava essere ormai lintervento divino.
La lotta tra le due fazioni fu violenta e dur tutto lanno bloccando qualsiasi altra attivit: i tribuni impedivano ai consoli di effettuare la leva per combattere volsci ed equi e i consoli, a loro volta, interrompevano ogni seduta della plebe nella quale si tentava di votare la legge. La nuova legge non fu mai approvata, anche perch i tribuni furono distratti dal processo intentato contro larrogante figlio di Cincinnato, condannato poi allesilio.
Prima di diventare decemviro nel 451 a.C., Servio fece parte della delegazione inviata ad Atene per studiare le leggi di Solone che avrebbero dovuto fare da base per le famose leggi delle xii tavole. Un ruolo di grande prestigio, se si considera limportanza che rivestirono quelle leggi nella storia dellUrbe.
Un nipote di Servio, Quinto Sulpicio Longo, si trov a essere eletto tribuno consolare nellanno nefasto 390 a.C., quando Roma fu saccheggiata dai galli. Secondo la tradizione, Quinto fu protagonista diretto soprattutto dellultima fase dello scontro con i celti; fu lui, infatti, a dover concordare con Brenno, il re dei nemici, il riscatto che lUrbe avrebbe dovuto pagare per la libert. Laccordo prevedeva il pagamento di mille libbre doro, ma in realt alla fine fu pagato un riscatto molto pi alto poich i galli, senza alcun ritegno, utilizzarono dei pesi alterati per pesare il bottino, ricavandone ben pi di quanto pattuito. Quinto si era accorto dellimbroglio e aveva provato a protestare, ma lunica cosa che ottenne fu di perdere anche la sua spada, che fu aggiunta al bottino1074.
Nipote di Quinto, figlio del fratello Marco, era Gaio Sulpicio Petico, il quale vanta un cursus honorum di tutto rispetto. Fu console per ben cinque volte e dittatore nel 358 a.C., ma la sua carriera ebbe inizio con la censura del 366 a.C. Durante lanno del suo primo consolato, il 364 a.C., non si verificarono eventi rilevanti per il semplice fatto che lUrbe era alle prese con una violenta pestilenza, che port al decesso di molti magistrati. Tuttavia, secondo Valerio Massimo, fu proprio a causa di questa pestilenza che furono introdotti a Roma i ludi scenici:
Risalir ora alla causa originaria dellistituzione dei ludi. Erano consoli Gaio Sulpicio Petico e Gaio Licinio Stolone, quando scoppi in Roma una terribile pestilenza, che preoccup a tal punto la citt per le sue interne sciagure da distoglierla persino dalle guerre allora in atto; ed ogni rimedio pareva ormai riposto pi in qualche nuovo culto propiziatorio che in alcun umano consiglio. Cos, per placare lira della potenza divina, carmi furono composti e offerti allattento ascolto del popolo, il quale si era contentato fino ad allora degli spettacoli da circo1075.
Nel 362 a.C. il nostro era tribuno militare del console Lucio Genucio Aventiniense, al suo secondo mandato. Genucio mor in battaglia contro gli ernici e cos Gaio rimase unico responsabile dellesercito, in attesa dellarrivo dei rinforzi condotti dal dittatore. I nemici per, sapendo che allaccampamento romano mancava il console, tentarono di attaccarlo, ma Gaio riusc a respingere lassalto e ottenne uno splendido elogio dal dittatore.
Lanno seguente fu eletto console per la seconda volta e torn a combattere contro gli ernici, ai quali questa volta riusc a sottrarre la roccaforte, Ferentino. Nel 358 a.C., essendo i galli giunti nei pressi di Preneste, si decise di eleggere un dittatore per fermarli e la scelta cadde su Gaio. Questi per, una volta giunto di fronte al nemico, esitava a combattere in campo aperto perch non gli piaceva affatto di esporsi, senza che nulla ve lo costringesse, ai rischi della fortuna contro un nemico che il tempo rendeva di giorno in giorno meno forte, trovandosi esso in territorio straniero senza provviste di viveri e senza salde difese1076.
Nonostante il ragionamento del dittatore fosse pi che sensato, i soldati cominciarono a innervosirsi. Volevano combattere e non attendere, per cui mandarono un loro delegato, tale Sesto Tullio, a parlare con Sulpicio a loro nome. Questi espose al comandante le lagnanze dellesercito e dopo, in un incontro privato, si scus per la sua insubordinazione, affermando di aver dovuto accettare lincarico di portavoce per evitare che venisse scelto qualcun altro pi violento e turbolento.
Il dittatore si risolse a combattere, ma prima dellinizio della battaglia mand nella selva che si trovava presso il campo dei mulattieri armati e dei cavalieri travestiti in modo tale da sembrare innocui. Alla fine dello scontro, terminato a favore dei romani, i galli che tentarono la fuga tra gli alberi furono intercettati proprio dagli uomini messi l da Gaio e sterminati. La vittoria fu tale da procurare al dittatore un meritato trionfo. Gaio fu console altre tre volte e durante il suo quinto consolato, nel 351 a.C., fu incaricato di combattere contro i tarquinesi, mentre il suo collega avrebbe dovuto occuparsi dei falisci. Tuttavia, dopo aver subito una serie di saccheggi e incendi nel loro stesso territorio, sia i tarquinesi che i falisci si decisero a chiedere una tregua.
Un altro membro interessante di questa gens, vissuto verso la fine del iv secolo a.C.,  Gaio Sulpicio Longo. Gaio fu console per la prima volta nel 337 a.C., ma fu ben presto sostituito, insieme al suo collega, da un dittatore. In quellanno, infatti, i sidicini avevano attaccato gli aurunci. Questi ultimi erano legati ai romani da un accordo di alleanza ma, a causa della lentezza dei consoli, non furono aiutati per tempo e dovettero fuggire con le loro famiglie nel territorio dove poi sorse la citt di Sessa Aurunca. Accusati di aver esitato troppo prima di decidere cosa fare, Gaio e il suo collega furono sostituiti prontamente dal dittatore Gaio Claudio Irregillense.
Durante il suo secondo e terzo consolato, il nostro dovette vedersela con i sanniti e quando fu eletto dittatore nel 312 a.C. rischi quasi uno scontro con gli etruschi, che per non ebbe luogo, almeno finch lui fu console. Nel 319 a.C. ricopr anche la censura.
Anche se le fonti in genere lo mettono in secondo piano, menzionandolo pochissime volte, nel 279 a.C. ci fu un Sulpicio che combatt in qualit di console contro Pirro. Si tratta di Publio Sulpicio Saverrio. Purtroppo di lui non si sa molto, anzi praticamente niente, a parte che era figlio dellomonimo console del 304 a.C. e che prese parte alla battaglia di Ascoli Satriano.
Il nipote di Saverrio, Publio Sulpicio Galba Massimo, fu console nel 211 e nel 200 a.C. e si distinse durante la guerra in Macedonia contro Filippo v. Stando a Livio1077, quando fu eletto magistrato supremo, Publio non aveva ancora mai ricoperto alcuna magistratura curule. La prima iniziativa che lui e il suo collega presero dopo aver assunto la carica fu indire una riunione con il Senato presso il Campidoglio per fare il punto della situazione, dato che allepoca era in corso la famosa guerra contro Annibale. Ai consoli del 211 a.C. si deve il merito di aver respinto Annibale lunica volta che si avvicin pericolosamente allUrbe: Cos una moltitudine di uomini si riun a Roma proprio nel momento del bisogno; i consoli coraggiosamente li condussero fuori dalla citt e, avendoli schierati a difesa di essa, frenarono limpeto delle forze di Annibale1078.
Nel 210 a.C., quando si dovettero assegnare le province agli ex consoli, sia Publio che il suo collega furono mandati in Apulia, ma poi ci si rese conto che un concentramento di forze nello scacchiere meridionale non era necessario, e a Publio fu assegnata in sorte la Macedonia. Allepoca era in corso la guerra contro Filippo v e il nostro Sulpicio and a rilevare Marco Valerio Levino1079. Publio rimase in Macedonia fino al 205 a.C.: il suo mandato, infatti, fu pi volte prolungato per dargli modo di chiudere la questione con Filippo. Durante le operazioni i romani si allearono con gli etoli e con re Attalo di Pergamo, ambedue interessati a fermare il re macedone.
Nel 203 a.C. Publio fu eletto dittatore per svolgere i comizi e nel 200 divenne console per la seconda volta. Nonostante le proteste popolari, in quella circostanza Publio propose di riaprire le ostilit con Filippo v e ottenne lapprovazione del Senato, dando cos inizio alla seconda guerra macedonica.
Le operazioni durarono diversi anni, costringendo il nostro a rimanere in Macedonia fino al 196 a.C. circa, entrando anche a far parte della commissione che si occup delle trattative di pace conclusive. Infine partecip anche a unambasceria inviata al re Antioco iii, le cui minacce si stavano facendo allora sempre pi concrete.
Lascesa dei Galba
Qualche decennio dopo troviamo Gaio Sulpicio Gallo, console del 166 a.C. Prima di diventare magistrato supremo, Gaio aveva ricoperto la pretura urbana nel 169 a.C. e preso parte, nel 168, alla celebre battaglia di Pidna in Macedonia. Anzi, si potrebbe quasi dire che fu il responsabile di quella vittoria e che la ottenne non grazie alle armi ma alla conoscenza:
Utilissimo alla Repubblica si rivel lo zelo di Sulpicio Gallo nellapprofondire ogni ramo del sapere. Ad esempio, quando era luogotenente di Lucio Paolo che guerreggiava contro il re Perseo, verificatasi a ciel sereno uneclisse di luna, il nostro esercito, come atterrito da un cattivo presagio, aveva perduto la fiducia nella prosecuzione della guerra: ma egli, spiegando ai soldati con estrema perizia le leggi astronomiche, restitu loro lardore a combattere. Fu cos che la via a quella celebre vittoria di Paolo fu spianata dalla cultura di Gallo1080.
Nel 166 a.C., durante il suo consolato, Gaio si occup della guerra contro i liguri, che condusse con merito, tanto da ottenere il trionfo. Di lui in generale si sa molto poco, a parte, come abbiamo visto, alcune magistrature ricoperte e le sue notevoli doti di studioso ricordate da molte fonti, tra cui lo stesso Cicerone. Tuttavia abbiamo uninformazione che riguarda la sfera personale, ovvero il suo rapporto con la moglie e con le donne in generale. Pare, infatti, che Gaio avesse deciso di ripudiare la consorte perch aveva osato uscire di casa senza coprirsi con un velo e mostrando quindi la sua bellezza a occhi estranei1081. Questo suo comportamento fu considerato eccessivo gi ai suoi tempi, tanto che Valerio Massimo parla di tenebrosa severit.
Nipote di Publio Sulpicio Galba Massimo , invece, il console del 144 a.C., Servio Sulpicio Galba. Nato nel 194 a.C. da Servio Sulpicio Galba, pretore nel 187, serv come tribuno militare in Macedonia agli ordini di Emilio Paolo ma, in seguito alla vittoria di Pidna, quando il Senato propose il trionfo per Paolo, Servio si oppose essendo suo nemico. Le fonti purtroppo non precisano come mai i due fossero in urto, tuttavia Servio approfitt del malessere generale che serpeggiava tra i soldati per accusare pubblicamente Paolo di essere stato duro e dispotico nel comandarli1082. Il popolo, convinto dalle parole di Servio, aveva gi iniziato a votare per togliere il trionfo a Paolo, quando intervennero dei senatori a ribaltare la situazione e a mandare in fumo i piani del nostro Sulpicio.
Nel 151 Servio divenne pretore e si trov a combattere in Spagna Ulteriore contro i lusitani, che arriv a massacrare nonostante avesse accettato la loro richiesta di pace. Si disse che avesse diviso la popolazione in tre gruppi separati e, dopo aver scelto ottomila giovani, ne avesse venduti alcuni come schiavi e altri uccisi. Per questo comportamento tanto spregevole, Servio una volta tornato a Roma fu citato in giudizio:
Poich Servio Galba veniva accusato con asprezza nel foro dal tribuno della plebe Libone per avere, in qualit di pretore, trucidato un notevole numero di lusitani, malgrado limpegno di non usare la violenza, e Marco Catone, gi vecchio, si associ come accusatore allazione del tribuno con quel discorso che poi riport nelle Origini, laccusato, pur addossandosi ogni responsabilit, cominci a piangere raccomandando i suoi figlioletti ed il figlio di Gallo, suo consanguineo, e placata cos lassemblea, lui che doveva essere condannato con sentenza unanime, non ebbe quasi nessun voto contrario. A risolvere quel caso fu, dunque, la piet, non la giustizia1083.
A quanto pare luso di argomenti commoventi, se non di vere e proprie lacrime di coccodrillo, faceva parte della retorica di Servio, il quale viene ricordato da Cicerone tra i grandi oratori di quel tempo. Cicerone sostiene che Servio fu il primo tra i latini ad affrontare aspetti peculiari, e per cos dire imprescindibili, del compito di un oratore: come allontanarsi dal tema principale al fine di abbellire il discorso, intrattenere piacevolmente gli ascoltatori e risvegliare le loro pi profonde emozioni, dare enfasi alla propria materia, far ricorso a passaggi commoventi o ad argomentazioni di carattere generale1084. Possiamo quindi dedurre che il pianto di Servio, in occasione del processo, non fosse n pi n meno che una tattica oratoria per distrarre la giuria dalla valanga di prove contro di lui.
Nonostante i turbolenti precedenti, Servio fu eletto console nel 144 a.C., anno in cui tent di accaparrarsi nuovamente, senza per riuscirvi, la guerra contro i lusitani. Mor nel 135 a.C. con la fama di grande oratore, come ricordano sia Cicerone che Svetonio.
A proposito del cognomen Galba, esistono diverse ipotesi circa la sua origine e vengono tutte citate da Svetonio nella vita dellimperatore Galba:
Non si conosce bene n donde lo derivasse n la vera ragione per cui assunse il soprannome di Galba quello che primo tra i Sulpici lo port. Alcuni pensano che, dopo aver assediato a lungo e senza successo una fortezza in Spagna, lavesse fatta incendiare con delle torce imbevute di galbano. Altri che durante una lunga malattia abbia usato sovente il galbeo, cio una fasciatura in lana posta sopra le medicazioni. Altri ancora che egli fosse molto grasso e, come dicono i galli, galba; secondo altri, invece, era tanto magro da ricordare quegli animaletti che si nascondono nelle querce e si chiamano galbe1085.
Uno dei figli di Servio, Servio Sulpicio Galba, fu pretore nel 111 a.C. e console nel 108. A lui vengono attribuite ben due costruzioni rinvenute presso lantico porto fluviale dellUrbe, lEmporium. Si tratta del sepolcro e dei magazzini, noti come Horrea Galbana, di cui abbiamo gi detto.
Dalla Repubblica allimpero
Uno dei Sulpici pi noti del i secolo a.C. fu sicuramente Servio Sulpicio Rufo, tribuno della plebe nell88 a.C. Nato nel 121 e appartenente al partito mariano, durante il suo tribunato fece di tutto per far ottenere a Gaio Mario il comando della guerra contro Mitridate, sottraendolo a Silla, il quale divenne cos un suo acerrimo nemico.
Quando perse lincarico in Oriente, Silla torn a Roma per vendicarsi dei suoi nemici, e Rufo fu costretto a fuggire: Lucio Silla prefer non tanto conservare la sua incolumit, quanto mandare in rovina Sulpicio Rufo, dopo essere stato perseguitato senza fine dal suo furore di tribuno. Ma quando venne a sapere che, proscritto e nascosto in una villa, egli era stato tradito da un suo servo, per essere coerente con la lettera del suo editto, liber dalla schiavit quel parricida, ma lo fece immediatamente precipitare a capofitto dalla rupe Tarpea1086.
Parente e omonimo del tribuno  il console del 51 a.C., Servio Sulpicio Rufo, grande amico di Cicerone, che lo ricorda spesso nelle sue opere, come aveva gi fatto con il tribuno. Solo che in questo caso, a parte la stima professionale, cera un legame di amicizia molto forte. I due, infatti, viaggiarono insieme in giovent per studiare retorica a Rodi con il famoso Apollonio, anche se alla fine Cicerone decise di dedicarsi soprattutto alla retorica e Rufo alla giurisprudenza. Ecco come Cicerone descrive il suo amico:
Avrei difficolt a indicare uno che si sia applicato con maggiore impegno alleloquenza e allo studio di tutte le buone arti. Da ragazzi ci sottoponemmo agli stessi esercizi; poi anche lui part insieme con me per Rodi, per divenire pi valente e pi colto; al suo ritorno di l, mi sembra che abbia preferito essere primo nella seconda delle arti (giurisprudenza), piuttosto che secondo nella prima (loratoria). E non so se avrebbe potuto essere pari ai pi grandi oratori, ma forse ha preferito, cosa che del resto ha ottenuto, essere di gran lunga il pi grande nel diritto civile, non solo tra i suoi contemporanei, ma anche fra quanti erano venuti prima di lui1087.
In un passaggio del Digesto viene ricordato un aneddoto, molto poco realistico, riportato dal giurista Pomponio, il quale racconta che Rufo avrebbe deciso di studiare diritto civile dopo essere stato a consulto da Quinto Mucio Scevola. Non essendo riuscito a comprendere il responso del giurista in merito a una causa, fu rimproverato dallo stesso per la sua ignoranza e cos decise di colmare quella lacuna dedicandosi a quella che sarebbe divenuta la sua arte1088.
La carriera politica di Rufo ebbe inizio nel 75 a.C. con la questura a Ostia e prosegu con la pretura del 65. Nel 63 si candid al consolato ma fu sconfitto da Lucio Licinio Murena, che accus di brogli elettorali. A difendere lavversario in tribunale ci fu niente di meno che il suo caro amico Cicerone, il quale, peraltro, proprio nella prima parte della Pro Murena si giustifica con lamico per questa scelta. Cicerone ci informa che effettivamente Rufo rimase colpito negativamente, ma lui chiarisce dicendogli: Ti fui vicino quando miravi al consolato; ora che tu prendi di mira la persona stessa di Murena, non ho alcun dovere di prestarti lo stesso aiuto. Non solo non  degno di lode, ma sarebbe addirittura inammissibile che ci fosse negato di difendere taluno, sia pure a noi del tutto estraneo, solo perch accusato da amici nostri1089.
Rufo comunque non si arrese e si candid nuovamente al consolato circa dieci anni dopo; questa volta vinse, divenendo cos magistrato supremo nel 51 a.C. I due amici si ritrovarono su fronti opposti anche in occasione della guerra civile. Rufo, infatti, era un sostenitore di Cesare gi dallepoca del suo consolato, mentre Cicerone appoggiava la fazione opposta. Nel 46 a.C., proprio per la fedelt dimostrata nei confronti di Cesare, Rufo ottenne il proconsolato in Acaia, ma il 43 fu lanno che riun i due amici, seppur solo nella morte. Loratore vittima delle proscrizioni, Rufo della sorte. La morte lo colse mentre era in missione come ambasciatore del Senato presso Marco Antonio, allepoca a Modena, e molto probabilmente la causa del decesso fu una malattia trascurata. La sua abilit come giureconsulto lo port a fondare la cosiddetta Scuola Serviana e a produrre pi di cento libri a carattere giuridico.
La gens Sulpicia comincia lentamente a scomparire gi durante il i secolo a.C. e per trovare un altro console dopo Rufo dobbiamo attendere il 12 a.C., con Publio Sulpicio Quirino, la cui appartenenza alla gens  peraltro dubbia.
Negli Annali, Tacito riporta brevemente i tratti salienti della vita di questo personaggio che poi andremo ad analizzare pi attentamente:
Pressappoco in quel tempo Tiberio chiese al senato che per la morte di Sulpicio Quirino si celebrassero funerali solenni a spese dello stato. Quirino non apparteneva allantica e nobile gens Sulpicia, poich era nato nel municipio di Lanuvio; ma esperto dellarte della guerra, scrupoloso e attivo nellesercizio delle sue funzioni, aveva ottenuto sotto Augusto il consolato e poi gli onori del trionfo per aver espugnato, al di l della Cilicia, le fortezze degli omonadesi; era stato dato poi come consigliere a Gaio Cesare mentre questi governava lArmenia, e verso Tiberio, che viveva ritirato a Rodi, egli aveva allora compiuto atti di ossequio. Tiberio rese noto tutto questo al senato, con parole di lode per gli omaggi resi a lui, e con accenti di grave rimprovero per Marco Lollio, che accusava di aver fatto in modo che in Gaio Cesare sorgessero sentimenti di malvagit e di discordia. Agli altri, tuttavia, la memoria di Quirino non era gradita, per lazione ostile intentata contro Lepida, come ho gi narrato, e per la sua ignominiosa e prepotente vecchiezza1090.
Cominciamo dalla questione relativa alle origini oscure. Quirino veniva da Lanuvio e probabilmente per Tacito non appartiene alla gens Sulpicia perch lo avevano adottato, come farebbe pensare il cognomen che fa riferimento alla gens Quirina. Di certo il nostro Publio porta il gentilizio dei Sulpici e quindi in qualche modo era entrato a far parte di questo grande clan, quindi della sua storia.
Per quanto le sue origini vengano definite pi volte oscure, le fonti citano comunque un legame di parentela con Marco Scribonio Libone Druso, processato nel 16 d.C. con laccusa di aver complottato contro Tiberio1091. Quirino ebbe sicuramente due mogli: Appia Claudia ed Emilia Lepida, sorella del console dell11 d.C. Manio Emilio Lepido, nonch ex fidanzata di Lucio Cesare, nipote dellimperatore Augusto.
Il fatto che Quirino fosse riuscito a ottenere in sposa una donna del livello di Emilia nonostante le sue oscure origini, ci parla della sua ascesa agli alti strati sociali. Tuttavia, questo secondo matrimonio si concluse in modo poco dignitoso. Publio, infatti, ripudi Emilia con laccusa di aver avuto un figlio da un amante e aver tentato di farlo passare per suo1092. Egli non riusc ad avere eredi n dalla prima moglie n dalla seconda, per cui la sua storia finisce con lui.
Per quanto riguarda la sua splendida carriera politica e militare, purtroppo non abbiamo informazioni che risalgano a prima del 15 a.C., quando divenne proconsole della Cirenaica. Eppure deve aver ricoperto altre magistrature in precedenza, quantomeno la pretura. Nel 12 a.C. divenne console e successivamente affront in Cilicia gli omonadesi. La vittoria riportata in battaglia con questo popolo gli valse gli ornamenti trionfali. Augusto lo teneva in tale considerazione da affidargli la vita del nipote, Gaio Cesare. Quirino, infatti, divenne suo tutore alla morte di Marco Lollio e lo segu nel suo viaggio in Armenia. Mentre era in queste zone, il nostro ebbe la brillante idea di andare a porgere i suoi omaggi a Tiberio, a Rodi in esilio, volontario o meno. Questo gesto gli varr la stima del futuro imperatore.
Quirino rimase in Armenia al fianco di Gaio fino alla sua prematura morte e successivamente divenne governatore della Siria. A tale proposito, a Publio viene attribuito un censimento, che riguard anche la Giudea, ma le fonti sono discordi in merito allanno. Si tratta del famoso censimento che port Maria e Giuseppe a spostarsi a Betlemme proprio al momento della nascita di Ges? Levangelista Luca sostiene che il censimento avvenne sotto Erode1093, re che mor nel 4 a.C., mentre Flavio Giuseppe data questo evento al 6 d.C.; per la precisione, parla di trentasette anni dopo la battaglia di Azio: Quirino, senatore romano passato attraverso tutte le magistrature fino al consolato, persona estremamente distinta sotto ogni aspetto, giunse in Siria, inviato da Cesare affinch fosse il governatore della nazione e facesse la valutazione delle loro propriet1094.
Ancora oggi gli studiosi sono divisi tra chi accetta la datazione di Luca e chi invece, dando credito a Flavio Giuseppe,  convinto che levangelista abbia retrodatato il censimento di Quirino per farlo coincidere con la nascita di Ges a Betlemme. Era infatti necessario che Ges nascesse in questo luogo affinch fosse rispettata la tradizione relativa alla sua nascita.
Non tutti i giudei si prestarono al censimento. Molti lo reputavano solo un sistema escogitato dai romani per sottrarre loro ricchezze. Si arriv a una rivolta, guidata da un tale Giuda, supportato da un fariseo di nome Saddoc, che per culmin con la loro morte e quella di molti altri1095. A ogni modo, terminato il suo mandato, Quirino se ne torn a Roma dove si godette la vecchiaia tranquillamente, fatta eccezione per il processo intentato contro la sua seconda moglie nel 20 d.C. Un anno dopo, nel 21, mor senza lasciare eredi, come gi detto.
Dopo secoli di silenzio, ecco ora ricomparire nei fasti consolari un Sulpicio Camerino, per la precisione Quinto Sulpicio Camerino Petico. Della sua storia sappiamo poco, ma basta a farci unidea del personaggio. Fu console suffetto nel 46 d.C. e circa dieci anni dopo proconsole della provincia dAfrica. Al termine di questultimo mandato fu citato in tribunale, non per la classica accusa di malversazione, che coinvolse moltissimi governatori nel corso della storia di Roma, bens con una ben pi grave: crudelt1096.
Mor nel 67 d.C. per aver voluto conservare il suo agnomen: Elio1097, tra i diversi altri e orribili misfatti che commise, uccise Sulpicio Camerino, uno degli uomini maggiormente in vista, e insieme a lui suo figlio, accusandoli entrambi del fatto che non avevano rinunciato al titolo di Pitico, epiteto che proveniva dalla loro tradizione familiare, dimostrando cos, nella loro volont di mantenere tale titolo, un atteggiamento sacrilego nei confronti delle vittorie pitiche riportate da Nerone1098.
 abbastanza chiaro che lintento era quello di toglierlo di mezzo, a qualsiasi costo e con qualsiasi pretesto, ma non ne conosciamo il motivo.
Meteora imperiale
Anche i Sulpici, come molti altri, possono vantare un imperatore nella loro gens, anche se il suo regno dur davvero poco. Alla gens Sulpicia, infatti, apparteneva Servio Sulpicio Galba, il primo dei quattro imperatori che segnarono lanno 69 d.C.
Servio era figlio di Gaio Sulpicio Galba, console suffetto nel 5 a.C., e della sua prima moglie, Mummia Acaia. Il fratello maggiore, Gaio, fu console nel 22 d.C., e dilapid il proprio patrimonio per poi morire suicida sotto Tiberio: Il consolare G. Galba e i due Blesi morirono di propria mano. Galba si uccise per essere stato escluso con una lettera ostile, dallassegnazione del governo di una provincia1099.
Servio nacque nel 3 a.C. presso Terracina e di lui si parla a proposito di unadozione alquanto anomala, in quanto operata da una donna. Pare, infatti, che fosse stato adottato dalla sua matrigna in seguito alla morte della madre biologica e che avesse preso il suo nome, modificando anche il praenomen in Lucio. Il suo nome completo divenne dunque Lucio Livio Ocella Servio Sulpicio Galba. Una vera e propria anomalia che dur fino allascesa al trono di Servio e che, tecnicamente, non doveva avere alcun valore legale.
Servio fu molto amato dalle donne della gens Giulia, in tutti i sensi. Livia lo favor fino a lasciargli cinquanta milioni di sesterzi nel suo testamento, soldi che il poveretto per non vide mai; mentre invece Agrippina tent di circuirlo pi volte, anche quando era ancora sposato. Galba per rifiut le sue attenzioni, sia quando era ancora ammogliato che quando rimase vedovo, senza preoccuparsi troppo di lei. Stando a Svetonio fu la suocera di Servio a prendere male il comportamento della madre di Nerone, tanto che, secondo i pettegoli del tempo, sarebbero finite alle mani.
Galba ebbe una carriera di tutto rispetto, favorita dagli ottimi rapporti intrattenuti con i vari membri della casa imperiale. Fu legato augusteo in Aquitania; console nel 33 d.C.1100; comandante delle legioni della Germania Superiore per volont di Caligola; proconsole in Africa e infine governatore della Spagna Tarragonese. Questultimo incarico venne dopo un lungo periodo di riposo a Fondi e fu voluto da Nerone.
Era in Spagna da otto anni quando Vindice1101 gli propose di prendere il comando della rivolta antineroniana avviata da lui in Gallia. Pur titubante, Galba alla fine accett e cominci a reclutare uomini anche in Spagna. La morte di Vindice fu un duro colpo per lui: se non arriv a mollare tutto subito dopo fu solo perch gli giunse la gradita notizia del suicidio di Nerone. Il Senato lo acclam imperatore esortandolo a venire a Roma, dove per il nostro ebbe modo di far pentire tutti della scelta compiuta.
Si erano fidati di lui soprattutto perch aveva ben operato come comandante e governatore. Limpero era al collasso economico, lesercito andava riformato con mano ferma, e lui era parso la persona giusta anche perch, molto anziano, non minacciava di dare origine a una dinastia, cosa che in quel momento i romani, scottati dal declino dei Giulio-Claudi, vedevano come fumo negli occhi. Tuttavia, le sue azioni si dimostrarono eccessive. Anzich essere oculato fu tirchio, anzich essere fermo fu crudele, ma soprattutto non fece alcuno sforzo per guadagnarsi sostenitori, adottando delle politiche che gli alienarono ogni sostegno.
Compromise senzaltro la sua posizione quando decise di non rispettare gli accordi con Gaio Ninfidio Sabino, lex prefetto del pretorio che gli aveva fatto ottenere il favore dei pretoriani. Galba, infatti, riteneva che i donativi promessi fossero esagerati, pertanto fece rimuovere Ninfidio e si rifiut di pagare quanto pattuito pronunciando la famosa quanto funesta frase: Io i miei soldati li scelgo, non li compro!.
Laltro errore fatale fu di preferire, come suo erede, Lucio Calpurnio Pisone Liciniano1102 a Otone. Questultimo, con lappoggio dei soldati risentiti, ord una congiura contro di lui:
Fu sgozzato al lago Curzio, e lasciato sul posto fino a quando un semplice soldato, che tornava dallaver ritirato le razioni, buttato il proprio carico, gli tagli la testa e, non potendola afferrare per i capelli, se la nascose in grembo; quindi infilatole il pollice in bocca la port a Otone. Questi la regal ai facchini e ai cuochi che, infissala su un bastone, sghignazzando la portarono in giro per gli accampamenti [] Un liberto di Patrobio Noniano riscatt quella testa per cento monete doro e la butt nel luogo dove, per ordine di Galba, era stato ucciso il suo patrono. Finalmente pi tardi, il suo intendente Argivo ne seppell il capo, assieme agli altri resti, nei suoi giardini privati sulla via Aurelia1103.
Allepoca traianea risale la figura di Servio Sulpicio Simile, che da semplice centurione divenne prefetto del pretorio passando attraverso altre magistrature equestri di alto livello, come ad esempio la prefettura dellannona e quella dEgitto. Cassio Dione ricorda un episodio relativo al periodo in cui era centurione e si distinse durante la guerra contro i daci. Si dimostr, infatti, talmente valoroso che limperatore volle parlare con lui prima ancora di aver incontrato i suoi superiori e Simile, in risposta allonore tributatogli, disse:  cosa indegna, o Cesare, che tu parli con un centurione mentre i prefetti stanno fuori1104.
A quanto pare non accett di buon grado la prefettura del pretorio, anche se le fonti non specificano il motivo. Rimase in carica per poco e poi si ritir a vita privata. Visse gli ultimi sette anni di vita nella tranquillit della campagna. Furono i suoi anni migliori, stando allepitaffio che volle far scrivere sulla sua tomba: Qui giace Simile, che tanti anni pass in vita, ma che ne visse solo sette1105. Davvero un personaggio di cui si vorrebbe sapere di pi
Infine, i membri della gens Sulpicia distintisi per meriti letterari sono quasi tutti dei liberti. Tra questi vale la pena ricordarne due in particolare.
Prima di tutto abbiamo un bambino prodigio, tale Quinto Sulpicio Massimo, che mor alla tenera et di undici anni a causa, pare, delleccessivo studio e che, prima del decesso, aveva gi vinto una corona al merito durante il certamen in lingua greca tenutosi nel 94 d.C. Lo conosciamo solo grazie allepigrafe funeraria rinvenuta sul suo sepolcro recuperato nel 1871. Il monumento consiste in un cippo alto 1,60 m circa che Aureliano fece poi inglobare nella porta Salaria.
Segnaliamo poi il grammatico Sulpicio Apollinare, vissuto nel ii secolo d.C. e originario di Cartagine, maestro dellimperatore Pertinace.
Le donne della gens ricordate dalle fonti sono davvero poche. Una di queste viene citata come esempio di devozione coniugale. Si tratta di Sulpicia, moglie di un tale Lentulo Cruscellione, che era stato proscritto e quindi costretto a fuggire da Roma:
Sulpicia, pur sorvegliata assai attentamente da sua madre Giulia perch non seguisse in Sicilia suo marito Lentulo Cruscellione, che era stato proscritto dai triumviri, nondimeno, indossato un abito servile e accompagnata da due ancelle e altrettanti servi, fugg clandestinamente e lo raggiunse, non rifiutando di proscrivere se stessa per essere coerentemente fedele al marito pur proscritto1106.
Conosciamo di sfuggita anche il nome di Sulpicia Memmia, una delle mogli dellimperatore Alessandro Severo, ma il caso pi particolare  sicuramente quello della poetessa Sulpicia, vissuta nel i secolo d.C. Dei suoi lavori  rimasto molto poco, anzi pochissime righe, per la precisione sei elegie conservate nel terzo libro del Corpus Tibullianum, precedute da altre cinque, che alcuni credono attribuibili alla poetessa anche se sembra improbabile. La donna parla del suo amore passionale e proibito per un tale Cerinto. Non si sa se la proibizione derivasse dal fatto che il ragazzo apparteneva a una classe sociale pi bassa rispetto alla sua; in ogni caso, lunione non era gradita e lo si comprende facilmente dai versi conservati.
Lesistenza di Sulpicia  stata per molto tempo messa in discussione, ma attualmente si tende a credervi. Si pensa che fosse unaristocratica romana e, attraverso lanalisi di alcune delle elegie di cui abbiamo detto sopra, si  tentato anche di ricostruire il suo personaggio. Probabilmente figlia delloratore Servio Sulpicio Rufo e di una Valeria, si suppone sorella di Marco Valerio Messalla Corvino, creatore di uno dei pi importanti circoli letterari di et augustea, che sarebbe stato frequentato anche dalla nipote.

1068 Dionigi di Alicarnasso, Antichit romane, ii, 50.
1069 Livio, Ab Urbe condita libri, ii, 19.
1070 Dionigi di Alicarnasso, Antichit romane, v, 52-57.
1071 Ivi, v, 54.
10721 Ivi, v, 56-57.
1073 Livio, Ab Urbe condita libri, iii, 10.
1074 Ivi, v, 48.
1075 Valerio Massimo, Facta et dicta memorabilia, ii, 4, 4.
1076 Livio, Ab Urbe condita libri, vii, 12.
1077 Ivi, xxv, 41.
1078 Polibio, Storie, ix, 6.
1079 Vedi la Gens Valeria.
1080 Valerio Massimo, Facta et dicta memorabilia, viii, 11, 1.
1081 Ivi, vi, 3, 10.
1082 Plutarco, Emilio Paolo, xxx. Vedi anche Livio, Ab Urbe condita libri, xlv, 35-36.
1083 Valerio Massimo, Facta et dicta memorabilia, viii, i, absoluti 2.
1084 Cicerone, Brutus, lxxxii.
1085 Svetonio, Galba, iii.
1086 Valerio Massimo, Facta et dicta memorabilia, vi, 5, 7.
1087 Cicerone, Brutus, 151.
1088 Digesto, i, 2, 2, 43.
1089 Cicerone, Pro Murena, 8.
1090 Tacito, Annales, iii, 48.
1091 Ivi, ii, 30.
1092 Vedi la Gens Emilia.
1093 Luca, ii, 1-2.
1094 Flavio Giuseppe, Antichit giudaiche, xviii, 1. Per la datazione del censimento vedi xvii, 26.
1095 Ivi, xviii, 4 e sgg.
1096 Tacito, Annales, xiii, 52.
1097 Liberto di Nerone addetto alla gestione di Roma mentre lui era in Grecia.
1098 Cassio Dione, Storia romana, lxiii, 18, 2.
1099 Tacito, Annales, vi, 40. Vedi anche Svetonio, Galba, iii.
1100 Tacito fa iniziare le sue Historiae proprio dallanno del consolato di Galba, vedi Historiae, i, 1.
1101 Vedi la Gens Giulia.
1102 Vedi la Gens Calpurnia.
1103 Svetonio, Galba, xx.
1104 Cassio Dione, Storia romana, lxix, 19.
1105 Ibidem.
1106 Valerio Massimo, Facta et dicta memorabilia, vi, 7, 3.

Gens Valeria

Prosopografia
vi secolo a.C.
11. publio valerio publicola console nel 509, 508, 507 e 504 a.C. Fratello del n. 2 e padre del n. 5;
12. marco valerio voluso massimo console nel 505 a.C. Fratello del n. 1 e padre dei nn. 3 e 4.
v secolo a.C.
13. manio valerio voluso massimo dittatore nel 494 a.C. Figlio del n. 2, fratello del n. 4 e padre del n. 6;
14. lucio valerio voluso potito console nel nel 483 e nel 470 a.C. Figlio del n. 2 e fratello del n. 3;
15. publio valerio potito console nel 475 e 460 a.C. Figlio del n. 1 e padre del n. 7;
16. marco valerio voluso massimo lattuca console nel 456 a.C. Figlio del n. 3 e padre del n. 8;
17. lucio valerio potito potito console nel 449 a.C. Figlio del n. 5 e padre del n. 10;
18. marco valerio lattuca console suffetto nel 437 a.C. Figlio del n. 6 e padre del n. 11;
19. gaio valerio potito voluso console nel 410 a. C. e tribuno consolare nel 415, 407 e 404 a.C.;
10. lucio valerio potito tribuno consolare nel 414, 406, 403, 401 e 398 a.C., console nel 393 e nel 392 a.C. e magister equitum nel 390 a.C. Figlio del n. 7 e padre dei nn. 12 e 13.
iv secolo a.C.
11. marco valerio lattucino massimo tribuno consolare nel 398 e nel 395 a.C. Figlio del n. 8;
12. lucio valerio potito tribuno consolare nel 394, 389, 387, 383 e 380 a.C. Figlio del n. 10, fratello del n. 13 e padre dei nn. 14 e 17;
13. publio valerio potito publicola tribuno consolare nel 386, 384, 380, 377, 370, 367 a.C. Figlio del n. 10, fratello del n. 12 e padre del n. 15;
14. marco valerio potito magister equitum nel 358 a.C. e console nel 355 e nel 353 a.C. Figlio del n. 12 e fratello del n. 17;
15. publio valerio potito console nel 352 a.C., dittatore nel 344 e magister equitum nel 332. Figlio del n. 13;
16. marco valerio corvo (o corvino) console nel 348, 346, 343, 335, 300 e console suffetto nel 299 a.C. Dittatore nel 342 e nel 301 a.C. Nipote del n. 11 e padre del n. 18;
17. gaio valerio potito console e magister equitum1107 nel 331 a.C. Figlio del n. 12, fratello del n. 14 e probabilmente padre del n. 19;
18. marco valerio massimo corvo (corvino) console nel 312 e nel 289 a.C. Figlio del n. 16 e padre del n. 20.
iii secolo a.C.
19. publio valerio levino console nel 280 a.C. Probabilmente figlio del n. 17 e nonno del n. 26;
20. manio valerio massimo messalla console nel 263 a.C. Figlio del n. 18 e padre del n. 25;
21. lucio valerio flacco console nel 261 a.C. Padre del n. 24;
22. quinto valerio falto console nel 239 a.C. Fratello del n. 23;
23. publio valerio falto console nel 238 a.C. Fratello del n. 22;
24. publio valerio flacco console nel 227 a.C. Figlio del n. 21 e padre del n. 27;
25. marco valerio (massimo) messalla console nel 226 a.C. Figlio del n. 20 e padre del n. 28;
26. marco valerio levino console nel 220 e nel 210 a.C. Nipote del n. 19 e padre del n. 29.
ii secolo a.C.
27. lucio valerio flacco console nel 195 a.C. Figlio del n. 24 e padre del n. 31;
28. marco valerio messalla console nel 188 a.C. Figlio del n. 25 e padre del n. 30;
29. gaio valerio levino console suffetto nel 176 a.C. Figlio del n. 26;
30. marco valerio messalla console nel 161 a.C. Figlio del n. 28;
31. lucio valerio flacco console nel 152 a.C. Figlio del n. 27 e probabilmente padre del n. 32;
32. lucio valerio flacco console nel 131 a.C.1108 Probabilmente figlio del n. 31 e padre del n. 33.
i secolo a.C.
33. lucio valerio flacco console ordinario nel 100 a.C. e console suffetto nell86. Figlio del n. 32;
34. gaio valerio flacco console nel 93 a.C.;
35. marco valerio messalla Niger console nel 61 a.C. Padre del n. 38;
36. marco valerio messalla Rufo console nel 53 a.C. Probabilmente padre dei nn. 37 e 39 e padre adottivo del n. 40;
37. marco valerio messalla console suffetto nel 32 a.C. Probabilmente figlio del n. 36 e fratello del n. 39, nonch padre adottivo del n. 40;
38. marco valerio messalla Corvino console nel 31 a.C. Figlio del n. 35 e padre del n. 41;
39. potito valerio messalla console suffetto nel 29 a.C. Probabilmente figlio del n. 36, fratello del n. 37 e padre del n. 42;
40. marco valerio messalla Appiano console nel 12 a.C. Figlio del console del 38 a.C. Appio Claudio Pulcro e adottato dal n. 36 o dal n. 37;
41. marco valerio messalla Messalino console nel 3 a.C. Figlio del n. 38 e padre del n. 43.
i secolo d.C.
42. lucio valerio messalla Voleso console nel 5 d.C. Figlio del n. 39;
43. marco valerio messalla console nel 20 d.C. Figlio del n. 41 e padre del n. 45;
44. decimo valerio asiatico console suffetto nel 35 d.C. (?) e console ordinario nel 46 d.C. Padre del n. 47;
45. marco valerio messalla corvino console nel 58 d.C. Figlio del n. 43;
46. publio valerio marino console suffetto nel 69 d.C.;
47. decimo valerio asiatico console suffetto nel 69 d.C. Figlio del n. 44;
48. lucio valerio catullo messalino console nel 73 d.C.;
49. publio valerio patruino console suffetto nell82 d.C.;
50.  valerio messalla messalino console per la seconda volta nell85 d.C.;
51. publio valerio marino console suffetto nel 91 d.C.
ii secolo d.C.
52. gaio valerio paollino console suffetto nel 107 d.C.;
53. marco valerio urbico console suffetto nel 113 d.C.;
54. gaio valerio severo console suffetto nel 124 d.C.;
55. lucio valerio flacco console suffetto nel 128 d.C.;
56. marco valerio omullo console nel 152 d.C.;
57. marco valerio massimiano console suffetto nel 185 d.C.;
58. marco valerio bradua maurico console nel 191 d.C.;
59. lucio valerio messalla trasea prisco console nel 196 d.C.
iii secolo d.C.
60. lucio valerio messalla (apollinare) console nel 214 d.C.;
61. publio valerio Comazone Eutichiano console per la seconda volta nel 220 d.C.;
62. lucio valerio massimo console nel 233 d.C.;
63. lucio valerio massimo console nel 253 d.C.;
64. lucio valerio massimo console per la seconda volta nel 256 d.C.
iv secolo d.C.
65. marco valerio romolo console nel 308 e nel 309 d.C.;
66. valerio massimo console nel 327 d.C.

1107 In realt c qualche problema per quanto riguarda questa magistratura. Livio, infatti, riporta come prenome del magister Lucio e non Gaio. Vedi Livio, Ab Urbe condita libri, VIII, 18.
1108 Potrebbe trattarsi dello stesso Lucio Valerio Flacco che fu console nel 152 a.C. ma non ne siamo certi.
Ancestrali riti e privilegi
La gens patrizia dei Valeri, come quella dei Corneli,  una delle pi antiche e longeve della storia di Roma. La sua influenza per tutto il periodo repubblicano soprattutto, ma anche oltre,  assolutamente rilevante. Pare che ai Valeri venisse associata larte della medicina, come dimostrerebbe anche la somiglianza del verbo latino valere, che significa stare bene, essere sano.
Questa tradizione per la quale si attribuivano ai membri della gens Valeria della capacit curative eccezionali si basa fondamentalmente su alcune leggende, come ad esempio quella relativa a Valeria Luperca. Secondo la tradizione, presso la citt di Faleri ebbe inizio una pestilenza. Gli abitanti del luogo chiesero consiglio alloracolo per sapere come debellare il flagello, e loracolo stabil che ogni anno si sacrificasse una vergine a Giunone. Un anno tocc alla giovane Valeria Luperca ma, quando la ragazza stava per trafiggersi presso laltare sacrificale, unaquila le port via larma dalle mani e la pos presso una giovenca. Valeria allora cap cosa doveva fare. La giovenca fu sacrificata al suo posto mentre lei, diventata il mezzo del dio per scacciare la peste, prese il mantello che aveva indosso e appoggiandolo sui malati riusc a guarirli tutti1109. A ricordare questa tradizione c uno dei cognomina caratteristici della gens, vale a dire Aciscolo, che deriva da acisculum, cio mantellina, e che farebbe riferimento per lappunto alla storia di Valeria.
Un altro prodigio viene ricordato da Valerio Massimo e tratta di un tale Valesio (Valerio): Portando una pestilenza desolazione in Roma e nella campagna, un ricco agricoltore, Valesio, dato che i suoi figli, due maschi e una femmina, erano in cos gravi condizioni che i medici disperavano di salvarli, mentre attingeva acqua calda per loro al focolare, inginocchiatosi scongiur i lari della famiglia di far morire lui e di salvargli i figli. Subito fu udita una voce dire che li avrebbe avuti salvi, se li avesse portati immediatamente, per la via del Tevere, fino a Taranto ed ivi li avesse ristorati con acqua attinta dallara del padre Dite e di Proserpina. Valesio part con i figli e, sulla via di Ostia dove intendeva imbarcarsi, giunse nella zona del Campo Marzio; l scopr che vi era una localit chiamata Taranto e cos scese per prendere dellacqua in un punto in cui vedeva salire del fumo: Riscaldata lacqua, la diede ai figli da bere. Questi, non appena lebbero bevuta, si assopirono tranquillamente e furono subito liberati dalla peste1110. Valesio mand anche dei suoi uomini a cercare lara di cui gli aveva parlato la voce e alla fine la trov sotto terra a circa venti piedi di profondit. In quel luogo, nel corso di una successiva pestilenza, fece dei sacrifici anche Valerio Publicola, altro membro della gens.
Fu proprio in seguito a questi miracolosi avvenimenti che furono fondati i ludi tarentini, che prendono appunto il nome dalla zona del Campo Marzio dove si ferm Valesio e che, successivamente, nel 249 a.C., furono detti ludi secolari divenendo appannaggio non pi della singola gens, ma di tutta Roma. Da rituale gentilizio si trasformarono quindi in un rituale pubblico.
Le origini dei Valeri vengono collegate da alcuni alla citt di Satrico, soprattutto sulla base del famoso lapis satricanus, uniscrizione nella quale si parla dei compagni di un Publio Valerio che rendono omaggio a Marte, databile tra il vi e il v secolo a.C. Secondo altri, i Valeri sarebbero stati invece originari della Sabina e il loro capostipite, tale Valerio Volosso, sarebbe giunto a Roma al seguito del re Tito Tazio e di altri suoi connazionali1111.
I Valeri furono tra i pochi a godere del privilegio della sepoltura intra moenia, infatti il loro sepolcro si trovava presso il colle Velia. La storia della realizzazione di questo sepolcro risalirebbe addirittura a Publicola, il console del 509 a.C. Pare che alla morte di questi la famiglia fosse in condizioni di indigenza, cos il Senato di Roma, per onorare un grande uomo, decise di pagare col denaro pubblico il suo funerale: Inoltre design unarea in citt, nei pressi del foro, ai piedi del colle Velia, dove il corpo di Publicola fu cremato e sepolto [] In questarea consacrata, se cos  possibile chiamarla, fu concessa la sepoltura anche ai suoi discendenti1112.
Plutarco presenta questa famosa sepoltura in maniera alquanto differente: Cos (Publicola) fu sepolto per voto popolare dentro la citt sulla cosiddetta Velia, con lestensione del privilegio di tale sepoltura a tutta la sua famiglia. Nessuno per della sua gente v ora sepolto, ma dopo aver portato l il morto, lo depongono a terra, e uno, presa una fiaccola accesa, la pone sotto il feretro per un istante, poi la toglie, per testimoniare con quellatto che il morto ha diritto di essere sepolto l, ma che rinuncia a quellonore. Quindi la salma viene portata via1113.
Per quanto riguarda la tipologia di sepoltura, gli storici tendono generalmente a parlare di utilizzo, in una prima fase, dellinumazione e successivamente dellincinerazione. Dionigi tuttavia parla chiaramente di cremazione, mentre invece Plutarco dice che la salma fu sepolta1114. Comunque siano andate le cose, i Valeri fecero uso di entrambe le tipologie di sepoltura nel corso della loro storia.
Il colle Velia  legato ai Valeri anche per un altro motivo. Pare, infatti, che Publicola vi avesse fatto costruire una villa che rimase la residenza di diversi membri della gens.
Oltre al privilegio della sepoltura intra moenia, nel corso del tempo i Valeri ne ottennero anche altri. Livio, ad esempio, in riferimento al console del 505 a.C., Marco Valerio Voluso Massimo, ricorda che in occasione del trionfo venne riservato nel circo un posto di riguardo per lui e per i suoi discendenti1115. Plutarco, invece, ricorda un privilegio decisamente pi particolare, sempre concesso a Marco: E mentre allora le porte di tutte le altre case si aprivano allinterno, verso latrio, di questa sola casa la porta fu costruita in modo che si aprisse verso lesterno, affinch in virt della concessione di questo onore egli potesse sempre godere in maggior misura della pubblica propriet1116.
Evidenze archeologiche circa lesistenza di una casa appartenuta ad alcuni membri della gens Valeria, e che quindi andrebbero ad avvalorare quanto riferito dalle fonti, sono state rinvenute a Roma presso il Celio, durante la costruzione dellospedale dellAddolorata. Si tratta di una residenza che per risale alla tarda Repubblica e al periodo augusteo, quando il Celio fu soggetto a un forte incremento edilizio, e che esisteva ancora nel v secolo d.C. quando, dopo il sacco di Alarico, fu adibita a ospizio.
Eroi del popolo
Le familiae individuabili nellambito di questa gens sono moltissime. Nella prima fase della Repubblica romana vediamo affermasi i Publicola e i Potito, con qualche ingerenza dei Corvo, dei Massimo e dei Falto. Nel iii secolo a.C.  la volta dei Flacco e dei Messalla, che sopravvissero fino al i secolo a.C. Dallet imperiale in poi non abbiamo ununica familia predominante, ma tanti singoli membri di diversi gruppi familiari.
Come si pu notare dalla genealogia, alcuni cognomina e agnomina sono interscambiabili e caratterizzano in realt i membri di una stessa famiglia. Per esempio, Potito appare a volte come cognomen e altre come agnomen di alcuni Publicola, il che rende difficoltoso stabilire delle parentele certe. La gran parte di quelle indicate negli alberi genealogici, soprattutto per i membri della prima Repubblica, sono, infatti, solo presunte.
Il fondatore della gens sarebbe quel Valerio Voluso di cui abbiamo gi parlato. Sarebbe stato lui a dare vita allimponente gens che domin gran parte della storia della Repubblica romana. Un altro merito che gli viene attribuito  quello di aver sanato il conflitto nato tra Tazio e Romolo1117 permettendo una perfetta fusione tra romani e sabini.
Passiamo ora al primo console di questa gens, il famoso Publio Valerio Publicola. Questi fu console per ben quattro volte, nel 509, 508, 507 e 504 a.C. La sua vita ci viene descritta nel dettaglio da Plutarco, il quale lo ritenne un egregio riformatore, tanto da paragonarlo al greco Solone. Per i vari atti filopopolari da lui compiuti, Publio ottenne il soprannome di Publicola, cio amante del popolo.
Publicola era un discendente di Valerio Voluso e partecip attivamente alla nascita della Repubblica, affiancando Bruto e gli altri nella cacciata di Tarquinio il Superbo. Secondo la tradizione, Bruto e Collatino furono i primi due consoli eletti della neorepubblica, ma il secondo, essendo un Tarquinio, sarebbe stato cacciato per evitare che anche solo il nome dellesecrato re figurasse nel nuovo governo.
Plutarco propone una versione diversa dei fatti. Bruto avrebbe voluto Publicola al suo fianco, ma il popolo prefer Collatino. Publicola reag allaffronto subito ritirandosi a vita privata, e torn solo in seguito alla congiura ordita dagli Aquili e i Vitelli a danno della Repubblica. Questi, parenti sia di Bruto che di Collatino, avrebbero tentato di far tornare il re a Roma ma furono scoperti proprio grazie allintervento di Publicola. Il nostro, avvisato da uno schiavo degli Aquili, tale Vindicio, riusc a sequestrare le prove della congiura e a salvare la Repubblica. A questo punto si dovette decidere cosa fare dei cospiratori e mentre Bruto si dimostr rigido, tanto da decretare la morte dei suoi stessi figli coinvolti nel complotto, Collatino chiese maggiore clemenza. Il comportamento di questultimo non piacque al popolo, che lo cacci affidando il consolato a Publicola, ritenuto pi fedele alla Repubblica1118.
A questo punto, per, Publicola e il suo collega dovettero far fronte allattacco congiunto di etruschi e sostenitori dei Tarquini, che culmin con una vittoria romana per la quale il nostro ottenne anche il primo trionfo della storia di Roma. Bruto era morto combattendo in un corpo a corpo con il figlio di Tarquinio, Arrunte, e Publicola era rimasto console unico.
Labitazione che il nostro Valerio possedeva presso il colle Velia, di cui abbiamo gi detto, era talmente sontuosa da aver suscitato le invidie del popolo. In realt i romani cominciarono a dubitare di lui perch sembrava non avere alcuna intenzione di eleggere un altro console dopo la morte di Bruto e di voler governare da solo. Allora Publicola, per dimostrare che non aveva intenzione di ergersi a tiranno dellUrbe, fece abbattere la sua villa e and a vivere da alcuni amici. In segno di apprezzamento per questo gesto, la popolazione concesse a Publicola un nuovo terreno sul quale edificare la propria casa, che si trovava presso il tempio di Vica Pota e secondo Livio era alle pendici del colle Velia1119.
Le leggi che Publicola promulg a favore del popolo chiarirono la sua posizione. Tra queste sicuramente la pi nota  la lex Valeria de provocatione: Publio Valerio, che deve al suo profondo rispetto verso il popolo lappellativo di Publicola, rendendosi conto che dopo la cacciata dei re il potere e gli attributi loro erano passati a lui sotto il titolo del consolato, con la propria moderazione rese tollerabile anche formalmente quanto di odioso era in quellaltissima carica, togliendo ai fasci le scuri e rendendo onore al popolo con labbassarli in pubblica assemblea. Inoltre li dimezz spontaneamente di numero, assumendo come collega Spurio Lucrezio, al quale, in quanto pi anziano di lui, fece trasferire con precedenza i fasci. Present e fece approvare nei comizi centuriati anche una legge, che vietava a qualunque magistrato di flagellare o di uccidere un cittadino romano in onta al diritto di appello al popolo1120.
Il Lucrezio di cui si parla in questo passo non  altri che il padre della Lucrezia oltraggiata dal figlio di Tarquinio il Superbo e che, essendo molto anziano, mor poco dopo aver assunto lincarico, per essere sostituito da Marco Orazio Pulvillo.
Publicola eman anche una legge che consentiva luccisione di chiunque mirasse alla tirannide senza doverne subire le conseguenze, e cre lerario pubblico presso il tempio di Saturno. Alla fine del suo primo consolato, part per la guerra contro i veienti e poi, nel 508 a.C. fu eletto console per la seconda volta. Fu durante il secondo consolato che si ebbe lo scontro con le truppe di Porsenna, il quale tent di prestare soccorso a Tarquinio il Superbo per restituirgli il trono. Secondo la tradizione, probabilmente incaricatasi di celare unalmeno temporanea occupazione dellUrbe da parte degli etruschi, i nemici giunsero fino alle porte di Roma e la misero sotto assedio; ma grazie al coraggio del celebre Orazio Coclite e alla fermezza di Publicola, i romani ebbero la meglio1121. Con Porsenna, disposto a collaborare avendo rotto con Tarquinio, Publicola riusc a stipulare un accordo e diede addirittura al nemico sua figlia come garanzia, insieme ad altre donne.
Lultimo consolato Publicola lo ricopr nel 504 a.C. quando combatt contro i sabini riportando un nuovo trionfo. Mor non molto dopo questi ultimi eventi e fu onorato dalla popolazione con un funerale pubblico. Molti storici mettono in discussione il personaggio, sostenendo che sia stato creato ad hoc da Valerio Anziate per dare prestigio alla propria gens. Il nostro viene presentato, infatti, come un secondo Romolo, un altro fondatore della citt, subentrato alla prematura scomparsa di Bruto e vero creatore della Repubblica. I tratti distintivi di questultima emergono, non a caso, pi che dalla cacciata dei Tarquini, dalle leggi promulgate da Publicola.
Anche il fratello, Marco Valerio Voluso Massimo, fu attivo al tempo delle guerre contro gli etruschi e fu spesso al fianco di Publicola. La gran parte delle informazioni sul suo conto ci vengono fornite da Dionigi di Alicarnasso che, per, fa moltissima confusione tra Marco e Publicola, impedendoci di comprendere con chiarezza la storia del secondo console della gens Valeria.
La prima volta che le fonti menzionano Marco  in riferimento allo scontro con Porsenna presso il Gianicolo, avvenuto nel 508 a.C. Marco , infatti, al comando dellala sinistra, anche se Dionigi di Alicarnasso lo definisce erroneamente console1122. Nel 505 a.C. Marco divenne supremo magistrato e dovette confrontarsi con i sabini. In questo caso fu suo fratello Publicola ad essere ai suoi ordini, ma il risultato fu sempre lo stesso: una vittoria per i romani. A Marco fu concesso il trionfo e un terreno per erigere una casa.
Marco prese parte alla famosa battaglia del Lago Regillo, combattuta in un anno imprecisato tra il 499 e il 494 a.C., e vi cadde da eroe: Mentre i romani da quella parte si ritiravano, Marco Valerio, fratello di Publicola, avendo scorto il giovane Tarquinio che si esponeva baldanzosamente nella prima fila dei fuoriusciti, incitato anche dalle gloriose tradizioni della sua casa, affinch la stessa famiglia cui spettava lonore daver cacciato i re potesse vantarli anche di averli uccisi, diede di sprone al cavallo e, brandito il giavellotto, si lanci contro Tarquinio. Di fronte alla minaccia del nemico, Tarquinio retrocesse tra i suoi: Valerio, che si era temerariamente spinto nelle file dei fuoriusciti, assalito di fianco da uno di questi, fu trafitto, e poich il cavallo, nonostante la ferita del cavaliere, non aveva affatto rallentato la sua corsa, il romano cadde a terra morente e sul suo corpo si abbatterono le armi1123.
Anche Dionigi descrive la morte di Marco. Ma ci parla anche dellatto eroico compiuto dai suoi nipoti intenti a difenderne il corpo martoriato; Publio e Marco, figli di Publicola, sarebbero morti per difendere lo zio1124. Tuttavia, Dionigi sostiene che il dittatore del 494 a.C.  che lui intende successivo alla battaglia del Lago Regillo   lo stesso Marco fratello di Publicola1125. Si potrebbe pensare a uno scambio di persona, ma lo storico parla di una persona in et avanzata e ben nota per essere favorevole al popolo.
Il dittatore del 494 a.C. si chiamerebbe Manio Valerio Voluso Massimo e sarebbe pertanto il figlio di Marco, nonch nipote di Publicola. Fu lui a essere scelto come dittatore per risolvere la questione sorta tra patrizi e plebei in quellanno, e non suo padre. I primi, stanchi di essere ingannati dalle vane promesse dei secondi, si rifiutavano di arruolarsi per combattere i nemici di Roma; i patrizi scelsero Manio come dittatore proprio per il legame che intercorreva tra la sua famiglia e la plebe. E il nostro, in effetti, riusc a convincere gli insorti a sostenere ancora una volta la patria, proponendosi come garante presso il Senato affinch le loro richieste venissero tenute in considerazione una volta concluso il conflitto.
Quando la guerra ebbe inizio, a Manio toccarono i sabini mentre i consoli dovettero vedersela contro equi e volsci. Al termine del conflitto, conclusosi a favore dei romani, i patrizi decisero per lennesima volta di non rispettare i patti stabiliti e trattarono in malo modo anche Manio, quando si present presso di loro chiedendo conto delle promesse fatte. La plebe allora ricominci a protestare fino a giungere alla famosa secessione sullAventino.
Continuiamo con quello che viene considerato il fratello di Manio, Lucio Valerio Voluso Potito, console nel 483 e nel 470 a.C. Alcuni lo ritengono fratello di Publicola e Marco, ma per una questione cronologica  pi plausibile la versione secondo la quale sarebbe figlio di Marco e nipote di Publicola. Lucio fu questore nel 485 a.C. quando, con il suo collega, fece condannare con laccusa di alto tradimento Spurio Cassio Vecellino, il console dellanno precedente. Il processo rese Lucio inviso al popolo, il che gli cre vari problemi una volta asceso al consolato. Nel 483 a.C., infatti, a causa dellostruzionismo esercitato dai tribuni della plebe, che volevano costringere i consoli e il Senato ad approvare una legge agraria, dovette indire la leva per la guerra contro i volsci fuori dalle mura della citt, dove i tribuni non avevano diritto di parola. Radunato lesercito, Lucio part per affrontare i nemici, ma la campagna si rivel fallimentare, con accuse reciproche tra soldati e console.
Ciononostante, Lucio fu eletto console una seconda volta, nel 470 a.C. Gli tocc la guerra contro gli equi, ma in questo caso a impedirgli di vincere non fu n la sua inettitudine, n la scarsa collaborazione dellesercito, bens una causa di forza maggiore: gli di in persona. Non riuscendo a provocare i nemici in battaglia, saccinse ad assalirne laccampamento. Glielo imped una spaventosa tempesta che si rovesci dal cielo con grandine e tuoni. Il suo stupore crebbe poi quando, dato il segnale della ritirata, il tempo ritorn cos calmo e sereno che, come se il campo fosse difeso da qualche divinit, gli parve un sacrilegio assediarlo di nuovo. Tutta la furia della guerra si volse quindi al saccheggio del territorio1126.
Passiamo ora a uno dei figli di Publicola, Publio Valerio Publicola, console nel 475 e nel 460 a.C. Durante il suo primo consolato Publio dovette affrontare veienti e sabini, mentre il suo collega accorreva in soccorso degli alleati latini ed ernici minacciati dal nemico. Livio parla di una battaglia campale in cui Publio avrebbe affrontato quasi contemporaneamente lesercito sabino e quello veiente, ma Dionigi riporta una versione differente. Lo storico, infatti, dice che Publio organizz una sortita notturna contro i due accampamenti nemici. Dopo essere riuscito a prendere di sorpresa i sabini e averne fatta strage, si sarebbe rivolto contro i veienti. Questi per, avendo saputo dellirruzione dei romani presso il campo sabino, si fecero trovare svegli e pronti ad accoglierli. La battaglia fu lunga e Publio insegu il nemico in fuga fino alle trincee, per essere certo di ottenere una vittoria decisiva1127.
Per la sua impresa, in ogni caso, Publio ottenne un meritato trionfo. Il suo secondo consolato fu caratterizzato da problemi interni, pi che contro i soliti nemici di Roma. Una notte, infatti esuli e schiavi, circa duemilacinquecento uomini capeggiati dal sabino Appio Erdonio, occuparono di notte il Campidoglio e la rocca1128. Teoricamente sarebbe bastato armare tutti i cittadini di Roma per sedare la rivolta, ma i rapporti tra patrizi e plebei al momento erano tesissimi, tanto che lanno prima i consoli in carica erano stati accusati di aver congiurato per uccidere i tribuni della plebe. Proprio per queste tensioni, e perch il buio della notte impediva di capire chi fossero gli assedianti del Campidoglio, i patrizi non si fidavano ad armare la plebe e cos si cre una situazione di stallo.
In mattinata, col sorgere del sole, ci si rese conto che i ribelli erano schiavi e cos si decise di dare le armi alla popolazione. Alcuni tribuni della plebe per, approfittando della situazione, convinsero i plebei a obbligare il Senato ad approvare alcune leggi in loro favore prima di agire contro i ribelli. Il deciso intervento di Publio spinse i tribuni ad arrendersi e la plebe riprese le armi contro Erdonio. I tuscolani, intanto, erano venuti in soccorso dei romani e fu decisa unirruzione nel tempio per disperdere i ribelli. Publio fu uno dei primi a irrompere nelledificio e ci gli cost la vita. Cadde anche Erdonio, e cos tutti gli altri ribelli insieme a lui1129.
Publicola aveva sicuramente altri due figli, di cui abbiamo parlato a proposito della battaglia del Regillo, durante la quale ambedue persero la vita. I due vengono chiamati Marco e Publio. Che due figli di Publicola portino lo stesso nome pu far pensare che o il secondo Publio fosse nato dopo la morte del primo e ne eredit il nome, oppure che lo avesse modificato in un secondo momento per conservare il prenome paterno. Considerando che il primo Publio mor nel 499 a.C. o gi di l, se il secondo Publio fosse nato subito dopo il suo decesso, al momento dellascesa al consolato avrebbe avuto circa ventiquattro anni, il che non  impossibile.
Gli storici generalmente attribuiscono a Publio un figlio, Lucio Valerio Publicola Potito, console nel 449 a.C. Tuttavia, dato che il cognome Publicola non sempre compare nella nomenclatura di questo personaggio, che quindi risulta essere un Potito,  possibile, anzi molto probabile, che fosse figlio di Publio Valerio Voluso Potito anzich del cugino. Non essendovi prove certe, per, continueremo a considerarlo ufficialmente figlio di Publio.
Con lui, finalmente uno dei Valeri riusc a far ottenere dei privilegi molto consistenti alla plebe a dispetto del patriziato. Lucio e il suo collega, infatti, presentarono nei comizi centuriati una legge in virt della quale i decreti approvati dalla plebe nei comizi tributi obbligavano tutta la popolazione: legge che offr unarma assai temibile alle legiferazioni tribunizie. Unaltra legge consolare poi, quella sul diritto di appello al popolo, che, unico baluardo della libert, era stata abolita dal potere decemvirale, non soltanto venne ripristinata, ma fu anche resa pi efficace per lavvenire con la promulgazione di una nuova legge in virt della quale non si poteva creare alcuna magistratura che non fosse soggetta al diritto di appello al popolo [] ripristinarono anche in onore degli stessi tribuni, riprendendole dopo lungo intervallo di tempo, alcune cerimonie che li facevano apparire sacri ed inviolabili, usanza di cui si era ormai spento il ricordo; e non solo con la religione li resero intangibili, ma anche con una legge, in virt della quale chi avesse recato offesa ai tribuni della plebe, agli edili e ai decemviri giudici, veniva immolato a Giove e tutti i suoi beni erano venduti al tempio di Cerere, di Libero e Libera1130.
Le leggi, ovviamente, risultarono assai indigeste ai patrizi che, come vedremo, in seguito trovarono il modo di vendicarsi. Intanto i volsci e gli equi ricominciarono loffensiva contro i romani e ai consoli, grazie al favore che si erano conquistati presso la plebe, non fu difficile trovare soldati per la leva. Incise nel bronzo e pubblicate le leggi delle xii tavole, i due consoli partirono per la guerra. A Lucio erano toccati in sorte gli equi, tuttavia entrambi i magistrati riportarono una splendida vittoria. Il Senato per si rifiut di concedere il trionfo, autorizzando solo un giorno di preghiera pubblica in loro favore. I tribuni proposero allora di far votare il trionfo al popolo e ne nacque una furiosa discussione con i senatori, i quali sostenevano che si trattava di un privilegio esclusivamente senatoriale. Alla fine i tribuni la spuntarono e Lucio e il suo collega furono i primi consoli della storia di Roma a festeggiare un trionfo voluto dal popolo e non dal Senato1131.
Figlio di Lucio era Lucio Valerio Potito, il quale ebbe una carriera politica di alto profilo, seppur priva di gesta eclatanti. Fu tribuno consolare per cinque volte, console altre due e infine magister equitum. Durante i cinque tribunati consolari, svoltisi nel 414, 406, 403, 401 e 398 a.C., fu impegnato nelle ininterrotte guerre contro i nemici di Roma, ma non si ricordano grandi imprese degne di nota. Il primo consolato dur poco perch, a causa di auspici nefasti, lui e il suo collega dovettero dimettersi. Tuttavia Lucio fu rieletto lanno seguente. Durante questo secondo mandato fu premiato con un trionfo per la vittoria riportata contro gli equi, che avevano attaccato i romani per lennesima volta, mentre al suo collega tocc solo unovazione.
Significativa fu la magistratura ottenuta da Lucio nel 390 a.C. perch cadeva nellanno del sacco di Roma. Quando Brenno e i galli devastarono la citt, egli era addirittura magister equitum del dittatore Marco Furio Camillo.
Nel cuore degli eventi
Facciamo un bel salto temporale e passiamo direttamente a Marco Valerio Corvo (o Corvino), console per ben sei volte, nonch dittatore per due. Una sintesi della vita di questo straordinario personaggio ci viene fornita da Valerio Massimo: Marco Valerio Corvo arriv allet di cento anni. Tra il suo primo e sesto consolato trascorsero quarantasei anni, eppure egli fu in grado non solo di assolvere in perfetta salute onorevolissimi incarichi pubblici, quanto anche di dedicarsi a una meticolosa conduzione dei suoi fondi, modello invidiabile di buon cittadino e padre di famiglia1132. Il cronista, appartenente alla stessa gens di Corvo, potrebbe non essere stato del tutto obiettivo, pertanto andiamo a vedere quanto c di vero in ci che  riportato.
Marco Valerio nacque nel 371 a.C. e la sua carriera ebbe inizio nel 349 a.C. quando era tribuno militare, al fianco di Lucio Furio Camillo, impegnato a combattere contro i galli. Fu proprio in un corpo a corpo con un nemico che il nostro si guadagn il soprannome di Corvo:
Un gallo notevole per la sua statura e le armi che portava, dopo aver imposto il silenzio percuotendo lo scudo con lasta, sfid a duello, per mezzo dellinterprete, uno dei romani. Vera un giovane tribuno militare, Marco Valerio, il quale, reputandosi non meno degno di Tito Manlio di quellonore, chiesto prima il consenso del console, scese in lizza armato. Il combattimento, meno insigne sotto laspetto umano, fu reso bello dallintervento divino; infatti, quando gi il romano stava venendo alle mani, dimprovviso un corvo si pos sul suo elmo, rivolto verso il nemico [] Mirabile a dirsi, non soltanto luccello non si mosse dalla sua posizione una volta che lebbe presa, ma tutte le volte che si ricominciava il combattimento, librandosi in volo assal col becco e con le unghie il volto e gli occhi del nemico, finch, atterrito comera costui dalla vista di tale prodigio, con gli occhi e la mente insieme annebbiati, Valerio lo uccise1133.
Da allora luccello divenne il simbolo di Corvo, il quale lo fece rappresentare anche sul suo elmo. Oltre a una corona doro, come premio per le sue gesta Corvo ricevette il suo primo consolato lanno successivo, a soli ventitr anni. Non si registrano altri eventi degni di nota per quellanno, se non un trattato di pace stipulato tra Roma e Cartagine. Per assistere a unaltra impresa bellica del nostro dobbiamo attendere il suo secondo consolato, che risale al 346 a.C. In quellanno i volsci promossero una rivolta contro Roma e Corvo fu scelto per affrontarli in battaglia. Lo scontro fu breve, e i nemici si diedero alla fuga, cercando rifugio nella citt di Satrico. Qui furono raggiunti dal console, che assal la citt. Presi dal panico, i volsci preferirono arrendersi e lasciare Satrico nelle mani dei romani, che la sottoposero al saccheggio. I quattromila uomini che avevano scelto la resa furono portati in processione davanti al carro di Corvo quando questi festeggi il trionfo per la vittoria riportata1134.
A soli ventotto anni era gi al suo terzo consolato. Nel 343 a.C., infatti, fu scelto ancora una volta per ricoprire la massima magistratura, ma soprattutto per combattere i sanniti che avevano dato inizio proprio allora a quella che pass alla storia come prima guerra sannitica. Iniziata la campagna, con il suo collega si accamp presso il monte Gauro, in Campania, dove ben presto fu attaccato. Lo scontro fu molto duro e stancante, ma alla fine i romani ebbero la meglio1135. Unaltra splendida vittoria la riport presso la citt di Suessola, mentre intanto il suo collega, stanziatosi presso Saticula, si salvava per miracolo dalla disfatta1136.
Nel 342 a.C. Corvo si fece apprezzare ancora di pi dai soldati perch, nominato dittatore per far fronte a una rivolta militare che aveva come centro la citt di Capua, invece di punire i ribelli scelse di trattare con loro una pace: Al momento di partire dallUrbe  egli (Corvo) disse  ho supplicato gli di immortali, o soldati, i vostri e i miei, e ho chiesto loro umilmente la grazia che mi concedessero su di voi, non la vittoria, ma la gloria di aver ristabilito la concordia. Non sono mancate n mancheranno occasioni per acquistare onore in guerra: ma in questo caso bisogna cercare la pace1137.
Nel 335 a.C. fu la volta del quarto consolato. Anche in questo caso si ricorse a Corvo per fronteggiare una nuova minaccia. Si trattava degli ausoni, che il nostro Valerio dovette affrontare presso la citt di Cales. I romani erano pronti per un assedio quando accadde un fatto singolare: Marco Fabio, prigioniero romano, era riuscito, in un giorno festivo, approfittando della scarsa sorveglianza delle sentinelle, a spezzare le sue catene e, dopo essersi calato in mezzo alle opere dassedio dei romani appeso a una fune che aveva legato a un merlo del muro, indusse il comandante ad assalire i nemici storditi dal vino e dai banchetti; gli ausoni furono presi, assieme alla citt, con un combattimento non pi arduo di quello con cui erano stati sbaragliati in campo aperto1138.
Anche per questa vittoria Corvo ottenne un trionfo, ma la sua carriera era ben lungi dallessere terminata. Lo ritroveremo, infatti, console altre due volte e dittatore unaltra. La seconda dittatura giunse nel 301 a.C. allet di settantanni. Allepoca Roma era minacciata dagli etruschi e dai marsi e Corvo collezion una vittoria schiacciante, che gli valse lennesimo trionfo.
Nel 300 fu la volta del quinto consolato e nel 299 del sesto. Questultimo incarico gli fu concesso in seguito al decesso del console ordinario, avvenuto in battaglia per una caduta da cavallo, e cos Corvo si ritrov a dover affrontare di nuovo in combattimento gli etruschi. A settantatr anni gli fu finalmente concesso il meritato riposo. Si ritir cos a vita privata, godendosela per ben trentanni.
A Publio Valerio Levino, console nel 280 a.C., tocc essere il primo comandante romano ad affrontare un sovrano ellenistico, Pirro, e quindi anche gli elefanti. A lui, infatti, quellanno spett il fronte tarantino, mentre al collega Tiberio Coruncanio fu assegnato quello etrusco. Di fronte a un condottiero della fama del re dellEpiro, venuto in Italia come mercenario al soldo di Taranto, e contro truppe corazzate con cui i romani non avevano mai avuto a che fare, Levino era fatalmente destinato a uscirne sconfitto, eppure non possiamo dire che ne usc male. Intanto, rispose da romano alla lettera che Pirro gli invi prima dello scontro, per indurlo a non rischiare la battaglia contro un nemico superiore e ad accettare il suo arbitrato nella guerra tra romani e tarantini  il che equivaleva a pretendere un atto di sottomissione. Ecco parte della replica del console: Disprezzare coloro dei quali non si  sperimentato n la potenza n il valore, come se fossero insignificanti e di nessun conto, mi sembra prova di indole dissennata e incapace di distinguere ci che  utile. Noi non siamo soliti punire i nemici con le parole, ma con le opere, e non ti costituiamo giudice delle nostre accuse ai tarantini o ai sanniti o agli altri nemici, e non ti prendiamo come garante di nessuna ammenda, ma con le nostre armi decideremo la contesa e prenderemo le nostre vendette come noi vogliamo. Ora che sei informato di ci preparati a essere nostro antagonista e non gi giudice1139.
La battaglia che si combatt a Eraclea in Lucania fu a lungo incerta, tanto che, si disse, i due eserciti si misero in fuga e si inseguirono alternativamente per ben sette volte. Alla fine, a prevalere fu Pirro, ma solo perch si impossess del campo dei romani in ritirata; il numero delle perdite fu pressoch equivalente e in ogni caso il re, percorrendo il campo ricoperto di cadaveri dopo il combattimento, non pot fare a meno di notare che quelli romani erano tutti rivolti con la fronte al nemico. Levino li aveva comandati bene, e daltra parte anche prima dello scontro Pirro era rimasto impressionato dallorganizzazione dei romani osservandoli erigere il loro campo: La disposizione di questi barbari non  barbara, aveva dovuto ammettere.
Il primo Valerio al quale fu attribuito il soprannome Messalla fu Manio Valerio Massimo Messalla, console nel 263 a.C. e protagonista della prima guerra punica. Manio, insieme al suo collega, fu inviato in Sicilia dove raccolse la capitolazione di molte citt e dello stesso re Gerone di Siracusa. Le sue vittorie furono ricordate in un dipinto che lo stesso Messalla aveva provveduto a far esporre presso la Curia Ostilia, come ricorda Plinio il Vecchio1140. Il soprannome gli fu conferito in onore delle sue imprese in Sicilia; Messalla da Messana, una delle citt sicule espugnate dal generale.
Alla prima guerra punica prese parte anche Quinto Valerio Falto, console nel 239 a.C., allepoca in qualit di pretore. Quinto comand la flotta che sconfisse i cartaginesi presso le Egadi nel 242 a.C. e la vittoria fece guadagnare un trionfo al console in carica, Gaio Lutazio Catulo, assente a causa di una ferita. Ne nacque una vertenza che port a un processo, nel quale Valerio accusava il suo superiore di essersi appropriato della sua vittoria e invocava il trionfo anche per s. Il giudice per decise a favore di Catulo adducendo le seguenti motivazioni: Ti chiedo  disse (il giudice)  o Valerio, se tra voi ci fosse stata diversit di vedute sulla convenienza o meno di accettare battaglia, avrebbe avuto maggior peso il comando del pretore o quello del console? Valerio rispose che non faceva questione sulla priorit da accordare alla volont del console. Suvvia, riprese Calatino, se aveste preso auspici diversi, agli ordini di chi sareste stati?  sempre a quelli del console, rispose Valerio. A questo punto disse il giudice, poich mi sono assunto il compito di regolare la questione insorta tra di voi riguardo al comando supremo e agli auspici e tu ammetti che lavversario ti  stato superiore nellun e negli altri, non ho, per Ercole, motivo di dubitare ulteriormente. Pertanto, o Lutazio, sebbene tu abbia finora taciuto, emetto una sentenza a te favorevole1141.
Il nostro Valerio, tuttavia, fu ricompensato in seguito con il consolato.
Alla seconda guerra punica partecip Publio Valerio Flacco, console del 227 a.C. Fu solo una comparsa nel secondo conflitto con la potenza cartaginese, ma i suoi interventi furono comunque significativi. Fu, infatti, uno dei due ambasciatori inviati a discutere con Annibale della sua azione contro Sagunto, come ricorda Livio: Con tanta maggior fretta Publio Valerio Flacco e Quinto Bebio Tamfilo furono mandati come ambasciatori a Sagunto da Annibale con lordine che, se non fosse stato possibile farlo desistere dalla guerra, si rivolgessero a Cartagine per chiedere che fosse loro consegnato lo stesso generale, come punizione per aver rotto i patti1142. Come sappiamo, Annibale rifiut di desistere dai suoi propositi bellici e i cartaginesi non vollero consegnarlo, cos fu inviata una seconda ambasceria, questa volta a Cartagine, di cui per Publio non faceva parte.
Nel 216 a.C. si ritrov di nuovo di fronte al condottiero cartaginese presso la citt di Nola. Annibale voleva attaccarla e i romani intendevano invece evitare che si consegnasse al nemico. I romani la spuntarono grazie allo stratagemma di Publio e di un altro luogotenente che, facendo produrre un gran frastuono alle magre truppe a disposizione, con il supporto di vivandieri, facchini e altri, fecero credere al comandante punico che lesercito romano fosse pi numeroso di quanto in realt non fosse.
Lanno seguente Publio, che si trovava in Calabria, intercett la flotta degli ambasciatori macedoni, che ospitava alcuni rappresentanti cartaginesi intenti a raggiungere re Filippo per ricevere da lui il giuramento di fedelt. Grazie al suo intervento, laccordo segreto tra le due potenze fu scoperto e i rappresentanti di entrambe le parti furono condotti a Roma come prigionieri1143.
Ma Publio non fu lunico Valerio che prese parte a quello che fu uno dei pi grandi conflitti della storia di Roma. Tra gli altri merita una menzione Marco Valerio Levino, console del 220 e del 210 a.C. Levino, nipote del console sconfitto da Pirro a Eraclea, fu pretore per ben due volte, nel 227 a.C. e poi nel 215, quando non pot esercitare il suo ruolo ordinario ma fu chiamato in guerra come tutti gli altri magistrati romani, nel corso dellonda lunga di panico seguita alla disfatta di Canne.
A Levino furono assegnate delle legioni di ritorno dalla Sicilia e una flotta per pattugliare le coste pugliesi, mentre lui stabiliva il suo quartier generale presso la citt di Luceria. Fu qui che incontr gli ambasciatori macedoni, con i quali ebbe a che fare successivamente Publio Valerio Flacco. A differenza di Publio per, Levino si fece ingannare dal capo dellambasciata, Senofane, che gli disse di voler stringere unalleanza con Roma e di essere quindi diretto verso lUrbe: Il pretore, lieto, fra tante defezioni di antichi alleati, di questa nuova alleanza con un re tanto famoso, accolse cordialmente come fossero ospiti quelli che in realt erano nemici. Perci diede loro una scorta, indicando con cura litinerario ed informandoli sui luoghi e sui passaggi occupati dai romani e dai cartaginesi. Senofane, attraverso i presidi romani, giunse in Campania e di qui, per la via pi corta, pervenne agli accampamenti di Annibale1144.
Scoperto linganno e lalleanza tra Annibale e Filippo, lanno seguente Levino divenne propretore ed ebbe il compito di spostarsi a Brindisi e tenere docchio la flotta macedone per bloccare un suo eventuale intervento. A questo punto tenere a bada Filippo divenne quasi una questione personale, per Levino; e quando a Brindisi arrivarono gli ambasciatori della citt di Orico, ad avvisarlo che il re macedone si apprestava a conquistare le citt della costa greca per poter essere pi vicino allItalia e sostenere i cartaginesi, assicur loro il suo appoggio1145. Levino part poi per la Grecia, dove rimase fino al 211 con il ruolo di propretore, impegnando Filippo e distogliendo la sua attenzione dallo scacchiere italico.
Le sue imprese in Grecia furono talmente apprezzate che la popolazione lo elesse al consolato in absentia per lanno 210 a.C.: Fu consegnata a Levino una lettera che gli annunciava che, lui assente, era stato creato console e che stava per arrivare il suo successore, P. Sulpicio. Peraltro, impedito da una lunga malattia, Levino giunse a Roma pi tardi di quanto tutti prevedessero1146.
Tornato a Roma, a Levino tocc in sorte la guerra in Italia, mentre al suo collega and quella in Sicilia; ma i due si scambiarono gli incarichi e Levino part per lisola. Prima di recarsi presso la provincia, per, i consoli dovettero provvedere alle esigenze di guerra. Non cerano pi fondi e non si poteva continuare a spremere il popolo per trovarne altri. Levino, allora, fece al Senato una proposta: Se vogliamo che il popolo romano possegga e fornisca del necessario le flotte e che i privati provvedano agli equipaggi senza rifiutarsi, a noi per primi dobbiamo imporre un tributo. Noi senatori domani stessi dovremo portare allerario loro, largento e tutto quanto il denaro, in modo che non rimanga a ciascuno di noi per la sposa e per i figli che un solo anello, al figlio la bulla e a quelli che hanno moglie e figlie unoncia doro per ciascuno1147. Il Senato diede in quelloccasione prova di grande senso di responsabilit: elogi Levino e approv la sua proposta, e ben presto i fondi necessari furono raccolti per spontanea donazione di senatori, cavalieri e plebe.
Giunto in Sicilia, Levino punt diritto verso Agrigento, ultima roccaforte cartaginese sullisola, e la espugn grazie ai numidi che, in contrasto con i cartaginesi, gliela consegnarono senza colpo ferire1148. Sistemata la situazione in Sicilia, Levino fece ritorno a Roma per fare rapporto, ma si venne a sapere che la Sicilia era nuovamente minacciata dai cartaginesi, e ci presupponeva che il console ripartisse precipitosamente. Ma il suo mandato era quasi concluso, pertanto egli avrebbe dovuto nominare un dittatore affinch si potessero svolgere regolarmente le elezioni. Levino replic che lo avrebbe fatto solo al suo ritorno dalla provincia, quasi sicuramente per prolungare il proprio mandato. Allora il tribuno della plebe, Marco Lucrezio, fece varare una legge che lo obbligava a compiere il proprio dovere prima di partire, il che port finalmente allelezione di un dittatore.
Tornato in Sicilia, Levino comp un paio di raid contro i cartaginesi in Africa, e fu quindi uno dei primi ad attaccare in campo nemico1149. Con lui nelle operazioni fu coinvolto un altro Valerio, Marco Valerio Messalla, che molto probabilmente  il console del 188 a.C. Concluso il mandato in Sicilia, Levino fu inviato per un breve periodo in Etruria e poi gli tocc tornare in Grecia nel 201 a.C., quando ebbe inizio il conflitto con Filippo di Macedonia, personaggio a lui ben noto. Mor lanno seguente e le fonti ricordano dei sontuosi giochi funebri organizzati in suo onore dai figli.
Nel 195 a.C. il consolato fu ricoperto dal figlio di Publio Valerio Flacco, Lucio Valerio Flacco, che prima di giungere alla massima magistratura, poteva vantare un ricco cursus honorum: questore nel 205 a.C., edile curule nel 201 e pretore nel 199 con un mandato nella provincia siciliana. Nel 196 divenne anche pontefice e poi, nel 195, finalmente console, con Marco Porcio Catone il Censore. Lucio trascorse sia il consolato che il proconsolato nellItalia del Nord combattendo contro i galli boi e insubri, uccidendone in unoccasione circa ottomila e in unaltra diecimila. Dovette anche occuparsi della provincia devastata dalla guerra e rimetterla in ordine. Nel 191 a.C., in qualit di legato, prese parte al conflitto contro etoli e macedoni riportando unaltra vittoria. Nel 184 a.C., quattro anni prima di morire, fu di nuovo collega di Catone, ma in questo caso rivestendo la censura.
Gente di prestigio
Portiamoci al i secolo a.C., ovvero al console dellanno 100 a.C., Lucio Valerio Flacco. Flacco ricopr molte delle sue magistrature al fianco di uomini famosi. Nel 100 a.C. fu console con Gaio Mario, giunto ormai al suo sesto mandato; nel 97 censore con Marco Antonio Oratore e nell86 console suffetto in luogo di Mario e al fianco di Cinna.
Il primo consolato di Flacco cade nellanno in cui il tribuno della plebe Saturnino e i suoi misero a soqquadro la citt, e fu proprio Flacco, essendo Mario coinvolto in qualche modo con i ribelli, a proporre la pena di morte nei loro confronti, anche se, poi, i rivoltosi furono uccisi prima del previsto dalla folla inferocita.
Nellanno della censura I censori Marco Antonio e Lucio Flacco rimossero dal Senato Duronio, perch, in qualit di tribuno della plebe, aveva abrogato la legge che limitava le spese dei conviti. Mirabile  il motivo che determin la nota censoria, dovuta appunto allimpudenza con la quale Duronio sal sui rostri per dire: Vi sono stati imposti, o Quiriti, dei freni assolutamente insopportabili, siete legati e costretti allamara catena della servit. Vi  stata, infatti, proposta una legge che obbliga ad essere frugali. Abroghiamo, dunque, codesto ordine incivile e ormai decrepito. Che bisogno ci sarebbe allora della libert, se non si permettesse a chi lo volesse di rovinarsi con il lusso?1150.
Flacco fece varare anche unaltra legge particolarmente odiata, che cancellava quasi tutti i debiti. Secondo molti, il destino crudele che gli tocc in seguito non fu altro che una punizione divina per aver approvato quella norma: Flacco, autore di una legge quanto mai vergognosa, con la quale stabil che ai creditori si pagasse un quarto del debito; comportamento questo, al quale entro due anni tenne dietro il meritato castigo1151.
Accadde nel corso del suo secondo consolato, quando fu inviato nel Ponto per sostituire Silla alla guida della guerra contro Mitridate vi. Pare che Flacco si fosse dimostrato particolarmente crudele con i suoi uomini, il che li spinse alla rivolta. Nel tentativo di sedarla, il console fu ucciso da Flavio Fimbria, il quale lo decapit, gett la sua testa in mare e il resto del corpo in pasto ai cani.
Alla fase successiva, quella cio della guerra civile tra Cesare e Pompeo, prese parte Marco Valerio Messalla Rufo. Nato nel 103 a.C., fu pretore nel 63 e console nel 53, nonch nipote del famoso oratore Ortensio Ortalo e cognato di Silla, dato che sua sorella Valeria divenne la quarta moglie del dittatore.
Rufo inizi la sua attivit di console con ampio ritardo e dovette anche vedersela con le bande armate di Clodio e Milone che allepoca stavano devastando lUrbe. Nel 51 a.C. fu accusato di brogli elettorali, in relazione alle elezioni del 54 a.C.; a dispetto della sua colpevolezza, grazie alla difesa dello zio Ortensio riusc a venirne fuori incolume. Poco dopo, per, dovette subire un secondo processo, nel quale fu accusato di aver violato la lex Licinia de sodaliciis, e condannato allesilio.  probabile che il processo ai suoi danni fosse una mossa politica di Pompeo Magno, il quale allepoca aspirava alla dittatura e non era di certo un simpatizzante del nostro Valerio.
Ritroviamo Rufo nel 47 a.C. al fianco di Cesare, il che, dati i suoi rapporti con Pompeo, non deve meravigliarci. Poi, non abbiamo altre informazioni relative a questo personaggio, senonch scrisse unopera sullarte della divinazione che non ci  pervenuta ma che viene citata da Aulo Gellio.
R. Syme ha dedicato ben due capitoli della sua opera sullaristocrazia romana alla trattazione di uno dei Valeri pi noti della prima fase imperiale: Marco Valerio Messalla Corvino, console nel 31 a.C. Di Corvino si sa tutto e niente, nel senso che le fonti che trattano questo personaggio sono molte, ma spesso contraddittorie, e quindi creano una notevole confusione nello sviluppo degli eventi. Ci non toglie che si possa tentare di ripercorrere le tappe fondamentali della sua vita.
La stessa data di nascita ha creato non pochi problemi. Alcuni, sulla base delle affermazioni di Girolamo nella sua Cronaca, sostenevano che Corvino fosse nato nel 59 a.C., altri nel 70, ma la data pi accreditata  ormai il 64 a.C. Corvino studi a lungo in Grecia e fu l che svilupp le sue capacit oratorie, tanto esaltate dallo stesso Cicerone: Marco Messalla, pi giovane di me, aveva unelocuzione niente affatto povera, ma con un vocabolario non eccessivamente elegante; come avvocato era perspicace, acuto, per niente malaccorto, meticoloso nello studiare le cause e nel progettare la difesa; un lavoratore infaticabile, molto attivo e pieno di cause1152.
Una volta a Roma. Messalla si un al partito aristocratico soprattutto per il legame instaurato con Cassio, del quale fu un devoto seguace1153. Per questa sua scelta politica si ritrov proscritto1154, ma grazie al prestigio della sua gens e alla sua assenza al momento della morte di Cesare, fu graziato. Corvino per decise di non approfittare dellofferta di Ottaviano e Antonio e volle seguire Cassio in Oriente, partecipando cos alla famosa battaglia di Filippi.
Il resoconto dei giorni che precedettero la battaglia, cos come riportato da Plutarco, sembra essere stato realizzato in gran parte sulla base delle memorie di Messalla stesso, come  chiaro ed evidente da questo breve passaggio: Cassio, invece, come riferisce Messalla, presi con s pochi amici intimi, mangi separatamente e apparve pensieroso e taciturno, mentre non lo era per natura. Terminata la cena, prese la mano di Messalla e, stringendogliela forte, gli disse, parlando in lingua greca, come era solito fare quando voleva dimostrare affetto: Ti chiamo a testimone, o Messalla, che mi trovo a subire la stessa sorte di Pompeo Magno, perch sono costretto a rischiare la sorte della mia patria con ununica battaglia. Ma su, nutriamo coraggio volgendo il nostro sguardo alla Fortuna, della quale non  giusto diffidare, anche se le nostre decisioni non sono buone. Messalla dice che Cassio, rivolte queste ultime parole, lo abbracci e lo invit a pranzo per il giorno dopo, dato che era il suo compleanno1155.
Corvino fu fedele a Cassio fino alla morte di questultimo, che avvenne per suicidio poco dopo. Venuto meno il suo punto di riferimento, decise quindi di accettare la proposta di pace rinnovatagli da Ottaviano e Antonio e cambi fazione1156. In realt, a quellepoca fu Antonio il punto di riferimento di Corvino, e unaltra delle questioni pungenti, relative alla storia del nostro Valerio, riguarda proprio il rapporto con Antonio e Ottaviano. Sappiamo, infatti, che a un certo punto, da fedelissimo di Antonio si trasform in sostenitore del primo imperatore di Roma, ma quando avvenne tutto ci?
Il Syme sostiene che Corvino, approfittando della concordia tra i triumviri, avesse operato al fianco di entrambi, come nel caso della guerra in Sicilia del 36 a.C., e che solo alla fine, quando ci fu la rottura vera e propria tra Antonio e Ottaviano, decise di passare dalla parte di questultimo, che lo premi con il consolato del 31 a.C. Appiano riferisce invece che abbandon Antonio perch disapprovava il comportamento tenuto da questultimo ad Alessandria con Cleopatra. Ad ogni modo, allepoca della battaglia di Azio Corvino era ormai definitivamente passato dalla parte di Ottaviano e lo sostenne tanto da meritarsi un ringraziamento ufficiale. Dopo Azio, fu prima governatore in Siria e poi in Gallia, dove ottenne un trionfo per le vittorie riportate contro gli aquitani.
Tornato a Roma, fu eletto primo prefetto dellUrbe della storia di Roma, ma si verific un inconveniente: Messalla Corvino per primo esercit questo ufficio, ma ne fu esonerato dopo pochi giorni, perch se ne rivel incapace1157. In realt Corvino dichiar di non comprendere la funzione di questa carica dato che i compiti del prefetto andavano ad accavallarsi con quelli dei consoli. Fu quindi lui a rassegnare le dimissioni.  probabile che quella riportata da Tacito sia la versione diffusa ufficialmente, per non dover dichiarare incostituzionale la nuova carica voluta da Ottaviano.
Successivamente Corvino si occup prima della risistemazione della via Latina e poi degli acquedotti romani. Abbiamo comunque visto il nostro Valerio in veste di oratore e politico, ma non dobbiamo dimenticare che fu anche un notevole letterato, amante della poesia, tanto da fondare un vero e proprio circolo del quale facevano parte poeti della levatura di Tibullo e Virgilio, che gli dedicarono intere pagine in due loro opere: il panegiricus Messallae e il nono componimento del Catalepton1158. Eppure Tibullo  proprio una delle fonti che creano maggior confusione nella trattazione della vita del nostro Valerio. Corvino scrisse egli stesso diverse opere, tra cui una storia delle guerre civili tra Antonio, Ottaviano, Bruto e Cassio, dalla quale sono tratti i passi di Plutarco citati in precedenza. Secondo Plinio il Vecchio scrisse anche una storia delle famiglie di Roma, che sarebbe stata molto utile agli autori di questo volume, e alcuni manuali di grammatica.
Corvino ebbe due figli, che ricoprirono la carica di console. Si tratta del primogenito Marco Valerio Messalla Messalino, console nel 3 a.C., e di Marco Aurelio Cotta Massimo Messalino, console nel 20 d.C. e adottato da un membro della gens Aurelia. Considerata la differenza det tra i due, se ne pu dedurre che Corvino ebbe almeno due mogli, di cui una potrebbe essere unAurelia.
Messalino fu console nel 3 a.C. e successivamente fu inviato nellIllirico a combattere contro i dalmati insorti nel 6 d.C. Velleio riporta i fatti elogiando oltremisura Messalino, e probabilmente attribuendogli una vittoria molto pi grandiosa di quanto fu in realt: Dobbiamo tramandare ai posteri limpresa, felice nella conclusione e audace nel piano, compiuta nella prima estate di guerra da Messalino. Questi, nobile danimo pi ancora che di famiglia e veramente degno di aver avuto come padre Corvino e di lasciare il proprio soprannome al fratello Cotta, era al comando dellIlliria, con la ventesima legione ridotta a met organico, al tempo in cui scoppi improvvisa una rivolta: circondato dallesercito nemico, sbaragli e mise in fuga pi di ventimila nemici e per questo gli fu concesso lonore degli ornamenti trionfali1159.
Di lui sappiamo inoltre che fu tra gli adulatori di Tiberio e che intervenne diverse volte in Senato, in maniera anche un po provocatoria, nel corso della sua carriera politica.
Una piccola menzione la merita Lucio Valerio Messalla Voleso, console nel 5 d.C. Non tanto per la sua attivit politica, quanto per la sua crudelt, che lo port in tribunale. Quando era proconsole in Asia, infatti, si lasci andare ad atti di violenza inaudita e gratuita di cui anche Seneca fa menzione: Recentemente, ai tempi del divo Augusto, Voleso, proconsole dAsia, dopo aver fatto decapitare trecento persone in un solo giorno, camminando tra i cadaveri con cipiglio fiero, come se avesse compiuto unimpresa meravigliosa e spettacolare, esclam in greco: Che impresa da re!. Cosa avrebbe fatto costui se fosse stato re? Questa non era ira, ma un male pi grave e irrimediabile1160.
Passiamo a Decimo Valerio Asiatico console ordinario nel 46 d.C. e grande amico di Caligola. Questamicizia per fin male, pare per uno sgarbo dellimperatore ai suoi danni. Asiatico, in qualche modo, fu anche protagonista degli eventi immediatamente successivi allassassinio di Caligola: La guardia pretoriana era in subbuglio e i soldati correvano qua e l per cercare di sapere chi avesse ucciso Gaio, Valerio Asiatico, ex console1161, li plac ricorrendo a un sistema degno di nota: dopo essersi arrampicato su un luogo ben in vista grid: magari fossi stato io a ucciderlo!. Essi rimasero cos colpiti da cessare la protesta1162.
Divenuto console nel 46 d.C. dovette dimettersi perch a causa della sua ricchezza rischiava di attirare su di s gli sguardi di troppi nemici1163, ma il suo sacrificio si rivel inutile: ormai aveva richiamato lattenzione della bella e pericolosa Messalina, che come nemico era pi che sufficiente. Asiatico fu denunciato allimperatore Claudio, con laccusa di aver complottato contro di lui. Che si trattasse di un processo finalizzato a estorcergli del denaro apparve chiaro gi allepoca. Chiamato a difendersi davanti al principe, Asiatico disse di non conoscere coloro che lo accusavano e uno dei testimoni, che si proclamava suo collaboratore diretto, quando gli fu chiesto di indicare limputato segnal unaltra persona presente in aula, che era calva come lui. Il processo stava per concludersi a favore dellimputato, quando un uomo di Messalina intervenne facendo credere a Claudio che Asiatico, reo confesso, preferiva togliersi la vita, e cos limperatore lo condann.
Per quasi tutto il i e il ii secolo d.C. abbiamo una sfilza di nomi di Valeri che hanno ricoperto il consolato ma dei quali, per il resto, non sappiamo altro. Per trovare un altro Valerio degno di nota, dobbiamo arrivare al 185 d.C. circa, quando nei fasti compare un tale Marco Valerio Massimiano. Questi fu uno dei migliori generali al servizio dellimperatore Marco Aurelio, e prese parte alle guerre sul confine germanico contro quadi e marcomanni. La sua carriera, per, ci  nota solo attraverso una serie di epigrafi che citano semplicemente le varie cariche da lui ricoperte, senza alcun dettaglio circa la sua caratterialit e le sue imprese.
Una delle carriere pi curiose e interessanti  quella di Publio Valerio Comazone Eutichiano. Eutichiano inizialmente era un attore. Arruolatosi come soldato semplice in Tracia fu poi mandato per punizione a servire nelle galee dal governatore Patercoliano, del quale si vendicher in seguito1164. Una volta riabilitato, divenne uno degli uomini pi potenti dellimpero quale confidente dellimperatore Elagabalo, console, prefetto del pretorio e prefetto dellUrbe1165. La sua grande capacit di sfuggire alla cattiva sorte e di saper tornare in auge appare evidente quando, nel 222 d.C., riusc a sopravvivere indenne alla morte di Elagabalo e a diventare prefetto della citt per la terza volta.
Anche alcuni imperatori portano il gentilizio dei Valeri; tuttavia, essendo vissuti in et tarda, non sempre si riesce a stabilire con chiarezza se fossero realmente membri della gens o avessero semplicemente usurpato un nome di prestigio. Un esempio  quello di Costanzo Cloro, il cui nome completo sarebbe Flavio Valerio Costanzo, detto poi Cloro, cio il pallido. Flavio era originario della Dardania e a quanto pare di estrazione abbastanza umile. La sua presunta discendenza, da parte di madre, dallimperatore Claudio ii, sarebbe stata inventata dopo la sua morte dal figlio, Costantino il Grande, per dare prestigio alla propria casata. Le fonti ci informano che assunse il gentilizio dei Valeri quando fu adottato da Massimiano e che, precedentemente, si chiamava Flavio Giulio. Non sappiamo come mai avesse assunto questo gentilizio, ma  improbabile che fosse un Valerio a tutti gli effetti. Massimiano, il padre adottivo di Costanzo, era originario di Sirmio e a quanto pare assunse il nome di Marco Aurelio Valerio solo quando fu nominato cesare da Diocleziano. Tecnicamente dovrebbe essere considerato un Aurelio, ma sappiamo che Diocleziano aveva assunto quel nome illecitamente; quindi, siamo di fronte a tutta una serie di provinciali o stranieri che, una volta assunto il potere a Roma, tentano di aumentare il proprio prestigio fregiandosi di nomi storici che in realt non gli spettavano per legge.
La cultura non (sempre) paga
I Valeri possono vantare un certo numero di membri dediti ad attivit culturali, che hanno permesso loro di distinguersi a prescindere dalla carriera politica e militare.
Cominciamo con Quinto Valerio Sorano, poeta e tribuno della plebe vissuto tra il ii e il i secolo a.C., originario di Sora e morto per mano del dittatore Silla. Sorano  ricordato soprattutto per aver violato il pi grande segreto dellUrbe. Pare, infatti, che avesse rivelato il nome segreto della citt, mettendola in serio pericolo. Il vero nome delle persone e di alcune entit si tendeva, infatti, a tenerlo segreto, per evitare che qualcuno, impossessandosene, potesse svolgere pratiche magiche ai danni dellinteressato, come ad esempio la defixio. Vi era quindi un nome noto, che era quello utilizzato comunemente, e uno segreto che pochi conoscevano e nessuno pronunciava, per non mettere a rischio il possessore. Anche Roma godeva di questo tipo di protezione.
Ci sono note, attraverso citazioni di altri letterati, diverse opere di Sorano, ma una in particolare ha attirato lattenzione degli storici, ovvero quella menzionata da Plinio il Vecchio nella prefazione della Naturalis historia1166. Lopera, intitolata Epoptidon, sarebbe quella nella quale Sorano svel larcano, guadagnandosi cos la pena di morte, che in realt gli tocc soprattutto in quanto simpatizzante del partito mariano. Secondo alcuni storici antichi, Sorano sarebbe stato crocifisso, e la sua vicenda colp a tal punto i romani da essere ricordata in diverse fonti, tra cui anche Plutarco:  vietato menzionare, ricercare, nominare quel dio, sia maschio sia femmina, a cui spetta salvare e proteggere Roma. Perch? Fanno dipendere questo divieto da una superstizione, raccontando che Valerio Sorano fece una brutta fine per averne rivelato il nome1167.
Sorano sarebbe venuto a conoscenza del nome arcano di Roma grazie ai suoi studi sulla religione romana e al suo precedente ruolo di aedituus, cio sagrestano, di un qualche tempio, che gli aveva consentito di accedere a testi consultabili da ben poche persone. Ma qual era il nome segreto dellUrbe? In realt le fonti antiche ne riportano diversi per cui si fa molta confusione: Saturnalia, Roma Quadrata, Flora e il ben pi noto Amor. Questultimo non  altro che il nome della citt letto al contrario ed  dai pi considerato il suo vero nome segreto, soprattutto per il suo legame con due delle principali divinit cittadine, Venere e Marte.
Ben pi noto di Sorano  Gaio Valerio Catullo, vissuto nella prima met del i secolo a.C. Le date di nascita e di morte sono molto discusse. Si parte da uninformazione fornita da san Girolamo, che poi per viene messa in discussione. Il santo, nel trattare la storia del poeta latino, sostiene che fosse nato nell87 a.C. e morto a trentanni, quindi nel 57, per una causa a noi ignota. La data di morte per stride con le informazioni che il poeta fornisce in alcuni suoi carmina, nei quali tratta argomenti avvenuti anche negli anni successivi al 57, almeno fino al 54 a.C. Se ne deve dedurre che il poeta sia vissuto pi di trentanni, oppure che sia nato dopo l87 e, quindi, non durante il primo consolato di Cinna, ma lultimo.
La famiglia di appartenenza del poeta era agiata e stimata, a giudicare anche dalle cospicue propriet, come ad esempio la villa di Sirmione, e il passo di Svetonio in cui si ricorda una visita fatta da Cesare al padre del poeta: Quando Valerio Catullo gli (a Cesare) fece le sue scuse, pur non nascondendosi che egli lo aveva marchiato con quei versi su Mamurra, lo trattenne a cena, e continu a frequentare, come soleva, la casa di suo padre1168.
Originario di Verona, quando giunse a Roma Catullo entr in contatto con gli uomini pi potenti della citt, ma per sua disgrazia conobbe anche la famigerata Clodia, che avrebbe segnato inequivocabilmente la sua vita. La Clodia in questione  da identificarsi con una delle sorelle del tribuno Clodio Pulcro, molto probabilmente con Clodia Metella, ma non vi  certezza assoluta. Costei ispir moltissimi carmina del poeta e lo torment per tutta lesistenza, concedendosi e poi abbandonandolo ripetutamente. Catullo, tuttavia, ebbe anche un altro amante, un tale Giovenzio, di cui parla nelle sue opere.
In tutto conserviamo centosedici dei suoi carmina, contraddistinti da una certa brevit e da temi vari e leggeri, caratteristiche tipiche dei cosiddetti neoteroi di cui Catullo faceva sicuramente parte. Non prese mai parte attiva alla vita politica e militare dellUrbe, tranne in una singola occasione in cui milit in Bitinia, quando ebbe la possibilit di visitare anche la tomba di suo fratello morto nella lontana Troade.
Un altro poeta di famiglia  Gaio Valerio Flacco. Lunica opera che ci  rimasta di questo autore, e dalla quale traiamo la gran parte delle informazioni sulla sua vita,  intitolata Argonautiche. Dedicata allimperatore Vespasiano, fu scritta in un lasso di tempo abbastanza lungo, secondo alcuni addirittura ventanni, a partire allincirca dal 70 d.C. Sono, infatti, menzionati eventi come la presa di Gerusalemme da parte di Tito e leruzione del Vesuvio, risalente al 79 d.C.
Alcune informazioni su Flacco ci vengono fornite anche dai suoi colleghi, come ad esempio lamico Marziale che, nellepigramma i, 61 dice: La terra di Albano apprezzata per il suo Livio e non meno per Stella ed il suo Flacco. Siamo quindi informati delle origini padovane di Flacco. Quintiliano, invece, ricorda la morte del collega, che secondo alcuni va quindi collocata intorno al 90 d.C., se si considera la datazione delle opere del letterato.
Flacco viene giudicato come poeta sulla base dellunica opera pervenutaci, che peraltro  piuttosto mediocre. Leccessiva retorica la rende molto articolata ed elaborata, di non facile lettura. Contestabile e ampiamente contestata anche la scelta di riprendere un tema gi ben noto sia in ambito greco che romano, ovvero le imprese di Giasone e dei suoi. Il suo intento, per, era quello di esaltare lattivit militare di Vespasiano paragonandolo agli eroi della mitica impresa del Vello dOro.
Dai poeti passiamo a un annalista, il famoso Valerio Anziate, che, stando a Plinio il Vecchio, deve il suo soprannome al luogo di nascita, Anzio. Anziate visse nel i secolo a.C. e scrisse una storia di Roma in settantacinque libri che va dalla mitica fondazione della citt fino alla morte di Silla. Di questa monumentale opera restano solo delle citazioni e quelle di Livio non sono per niente lusinghiere. Lo storico, infatti, accusa Valerio di essere fazioso e impreciso, disposto a manipolare i fatti per mettere in risalto la gens Valeria. Gli studiosi sono divisi tra chi sostiene che Livio abbia ampiamente utilizzato Anziate come fonte per la prima parte della sua opera, per poi rendersi conto della sua inaffidabilit e accantonarlo, e chi invece sostiene che il nostro Valerio non abbiamo poi avuto tutta questa influenza sul collega.
Coetaneo di Anziate fu Marco Valerio Marziale, considerato il pi grande epigrammista latino. Originario della spagnola Bilbilis, nacque intorno al 40 d.C. e giunse a Roma tra il 64 e il 66 d.C. in cerca di fortuna. In effetti la trov, in particolare sotto i Flavi, dai quali fu particolarmente apprezzato. Alla morte di Domiziano, per, fu costretto a tornare nella sua citt natale, in quanto non pi gradito dal nuovo regime, che tendeva a essere molto pi morigerato e sobrio del precedente. A Bilbilis spos una ricca vedova di nome Marcella, che gli permise di condurre gli ultimi anni della sua vita in maniera agiata. Mor non prima del 104 d.C., come lascia intendere una lettera di Plinio il Giovane1169. Marziale  di sicuro uno dei poeti di cui si conserva il maggior numero di opere: si parla di ben quindici libri per un totale di pi di millecinquecento epigrammi. La sua  una satira pungente e diretta, in genere esaltata da una battuta posta alla fine del componimento, che faceva da chiosa. Celebre  la raccolta intitolata Liber de spectaculis, scritta nell80 d.C., in occasione dellinaugurazione dellanfiteatro Flavio e dedicata allimperatore Tito.
Unopera molto particolare, invece,  quella redatta da Valerio Massimo e intitolata Facta et dicta memorabilia. Composta da nove libri, essa riporta diversi aneddoti riguardanti personaggi di origine romana e non, che lautore sceglie come esempi di vizi o virt.  ovvia la funzione moralizzatrice del testo, che fu usato come fonte da diversi autori del periodo imperiale. Le poche informazioni che abbiamo su Massimo ci vengono fornite indirettamente da lui stesso. Si sa ad esempio che nel 27 d.C. si trovava in Asia con il proconsole di quella provincia, Sesto Pompeo: Che questa consuetudine dei marsigliesi non abbia avuto origine in Gallia, ma vi sia stata trasferita dalla Grecia, ritengo in base a quel che personalmente rilevai nellisola di Ceo, allorquando, diretto nella provincia dAsia al seguito di Sesto Pompeo, entrai nella citt di Iuli1170. Massimo raggiunse lapice della sua carriera sotto Tiberio e in particolare nella fase finale del suo regno.
La gens Valeria pu vantare anche due grammatici nonch critici letterari, vale a dire Publio Valerio Catone e Marco Valerio Probo. Il primo visse nel i secolo a.C., il secondo nel i secolo d.C., ma ambedue si sono occupati dei classici antichi dei quali hanno redatto dei commentari. La loro fama era tale che molto spesso, soprattutto a Probo, gli furono attribuite opere altrui. Nel caso di Catone sappiamo che era anche considerato il fondatore della corrente poetica dei neoteroi e che fu anche poeta, autore di diversi epilli, di cui i pi famosi intitolati Lidia, un poema damore, e Diana. Catone, in una delle sue opere, assicura i suoi lettori di essere un uomo libero, forse per mettere a tacere le voci che lo volevano figlio di uno schiavo di origini galliche. La sua vita fu caratterizzata da alti e bassi economici: perse il patrimonio del padre allepoca delle proscrizioni sillane; racimol una bella somma lavorando come insegnante, per poi perderla nuovamente accumulando una serie di debiti. Mor in tarda et nellindigenza.
 ora la volta delle signore. La prima da menzionare, andando in ordine cronologico,  Valeria, la figlia del console Publicola, alla quale abbiamo gi accennato. La ragazza viene ricordata come una delle dieci fanciulle consegnate quali ostaggi a Porsenna, quando questi strinse un accordo con suo padre contro Tarquinio il Superbo.
Un giorno per le ragazze, guidate da una tale Clelia, mentre erano a fare il bagno si diedero alla fuga e tornarono a Roma. Arrivate in citt, Publicola, sdegnato dalla slealt del loro gesto, le rimand da Porsenna, ma il gruppo fu intercettato da Tarquinio che tese loro un agguato: La figlia di Publicola, Valeria, spingendosi in mezzo ai combattenti, riusc a fuggire: tre servi, lanciandosi dietro di lei la salvarono. Essendo le altre rimaste, non senza pericolo, in mezzo ai combattenti, Arrunte, figlio di Porsenna, venuto a conoscenza della cosa, corse velocemente a portar loro aiuto e, messi in fuga i nemici, salv i romani1171.
Plutarco prosegue dicendo che Porsenna don a Clelia un cavallo per premiarla della sua audacia e che lungo la Via Sacra vi era una sua statua equestre che ne ricordava limpresa. Allo stesso tempo, lo storico greco sostiene che secondo altre fonti la statua avrebbe ritratto le sembianze di Valeria e non di Clelia.
Anche la sorella di Publicola, unaltra Valeria, viene ricordata per unimpresa a dir poco eroica, legata alla controversa figura di Gneo Marcio Coriolano. Questi, dopo aver riportato una grandiosa vittoria contro i volsci di Corioli, era venuto in urto con la plebe, i cui tribuni lo avevano mandato in esilio. Allora Coriolano si era schierato con i volsci e si apprestava a guidarli contro Roma. La sorella di Publicola, per, and a casa della moglie di Coriolano e la convinse a parlare con il marito per farlo desistere dai suoi propositi; grazie a lei, il condottiero rinunci alla sua rivalsa, ed  per questo che Valeria viene ricordata nei libri di storia.
Unaltra Valeria citata dalle fonti  Valeria Messalla, lultima moglie di Silla. I due si sarebbero incontrati durante uno spettacolo di gladiatori. Il dittatore era seduto, quando Valeria gli pass accanto e prese un filo del suo mantello. Silla rimase colpito da quel gesto ma ancora di pi dalla motivazione addotta dalla donna, che disse di aver preso quel cimelio per poter essere partecipe dellimmensa fortuna che caratterizzava il dittatore. Silla allora raccolse informazioni sul suo conto e alla fine se la spos. La sua presenza in casa non limit in alcun modo i vizi del marito, il quale continu a intrattenere un notevole numero di relazioni extraconiugali sia con uomini che con donne. Nel 78 a.C., anno della morte del dittatore, Valeria era con lui a Pozzuoli, dove si era ritirato a vita privata, ed era incinta. La bambina nacque alcuni mesi dopo la morte del padre e fu chiamata per questo Cornelia Postuma.
Nel trattare le donne della gens Valeria, non si pu non menzionare, infine la celeberrima e famigerata meretrix augusta, Valeria Messalina. Figlia di Domizia Lepida Minore e di Marco Valerio Messalla Barbato, e quindi discendente di Augusto, nonch rinomata per la sua bellezza. Messalina fu costretta ad appena quattordici anni a sposare il cinquantenne claudicante e balbuziente Claudio per volont dellimperatore Caligola, il quale si divertiva particolarmente a creare coppie tanto incongrue.
La sua sfortuna fu tuttavia solo apparente: solo due anni dopo, infatti, in seguito allassassinio di Caligola e allascesa al trono di Claudio, si ritrov a essere la donna pi potente di Roma. Messalina diede a Claudio due figli, una femmina, Ottavia, e un maschio, noto col nome di Britannico, ma viene ricordata dalle fonti pi per le sue crudelt e la sua vita dissoluta che non per particolari meriti personali. Fece eliminare senza scrupoli molti dei suoi nemici, sfruttando il suo ascendente sugli uomini, soprattutto sul marito, che le lasciava fare qualsiasi cosa. Sulla sua vita sessuale storici e poeti hanno scritto di tutto, persino di un presunto duello con una prostituta, vinto dallimperatrice che sarebbe riuscita ad avere ben venticinque rapporti in un solo giorno.
Senza dubbio Messalina ebbe molti amanti, ma  probabile che molte delle storie riportate sul suo conto fossero frutto di invidia e di illazioni, dovute soprattutto alla differenza di et tra lei e il marito. Una delle sue avventure accertate fu anche la causa del suo declino. Nel 47 d.C., infatti, ebbe la ventura di innamorarsi di un suo amante, Gaio Silio. Questi era gi sposato e non sappiamo se per costrizione, o di suo spontanea volont, divorzi dalla moglie per sposare Messalina. Tuttavia, dettaglio non trascurabile, limperatrice era ancora legata a Claudio, in quel momento a Ostia. Quando questultimo venne a sapere della cerimonia, celebrata addirittura in pompa magna, rientr subito in citt e affid a Narciso, uno dei suoi liberti, lincarico di eliminarla. Narciso fece astutamente in modo che Messalina non incontrasse Claudio, per evitare che questi si facesse abbindolare per lennesima volta dalla sua sensualit, e poi invi dei soldati a ucciderla. Messalina si trovava con sua madre quando i pretoriani la raggiunsero, e implor piet fino allultimo1172.

1109 Pseudo-Plutarco, Parallela minora, 35.
1110 Valerio Massimo, Facta et dicta memorabilia, ii, 4, 5.
1111 Dionigi di Alicarnasso, Antichit romane, ii, 46, 3.
1112 Ivi, v, 48, 3.
1113 Plutarco, Publicola, xxiii, 5-6.
1114 Ivi, xxiii, 4.
11151 Livio, Ab Urbe condita libri, ii, 31.
1116 Plutarco, Publicola, xx, 3. Vedi anche Dionigi di Alicarnasso, Antichit romane, v, 39, 4.
1117 Plutarco, Publicola, i, 1.
1118 Ivi, iii-vii.
1119 Livio, Ab Urbe condita libri, ii, 7 e Plutarco, Publicola, x.
1120 Valerio Massimo, Facta et dicta memorabilia, iv, 1, 1.
1121 Plutarco, Publicola, xvi-xvii e Livio, Ab Urbe condita libri, ii, 11.
1122 Dionigi di Alicarnasso, Antichit romane, v, 22, 5.
1123 Livio, Ab Urbe condita libri, ii, 20.
1124 Dionigi di Alicarnasso, Antichit romane, vi, 12, 4-5.
1125 Ivi, vi, 39.
1126 Livio, Ab Urbe condita libri, ii, 62.
1127 Ivi, ii, 53 e Dionigi di Alicarnasso, Antichit romane, ix, 34-35.
1128 Livio, Ab Urbe condita libri, iii, 15.
1129 Ivi, iii, 15-18.
1130 Ivi, iii, 55.
1131 Ivi, iii, 63.
1132 Valerio Massimo, Facta et dicta memorabilia, viii, 13, 1.
1133 Livio, Ab Urbe condita libri, vii, 26, Dionigi di Alicarnasso, Antichit romane, xv, 1 e Valerio Massimo, Facta et dicta memorabilia, viii, 15, 5.
1134 Livio, Ab Urbe condita libri, vii, 27.
1135 Ivi, vii, 33.
1136 Ivi, vii, 37.
1137 Ivi, vii, 40.
1138 Ivi, viii, 16.
1139 Dionigi di Alicarnasso, Antichit romane, xix, 2-4.
1140 Plinio il Vecchio, Naturalis historia, xxxv, 22.
1141 Valerio Massimo, Facta et dicta memorabilia, ii, 8, 2.
1142 Livio, Ab Urbe condita libri, xxi, 6.
1143 Ivi, xxiii, 34.
1144 Ivi, xxiii, 33.
1145 Ivi, xxiv, 40.
1146 Ivi, xxvi, 26.
1147 Ivi, xxvi, 36.
1148 Ivi, xxvi, 40.
1149 Ivi, xxvii, 29.
1150 Valerio Massimo, Facta et dicta memorabilia, ii, 9, 5.
1151 Velleio Patercolo, Historiae romanae, ii, 24.
1152 Cicerone, Brutus, 246.
1153 Cassio Dione, Storia romana, xlvii, 24, 5.
1154 Ivi, xlvii, 11.
1155 Plutarco, Bruto, xl.
1156 Ivi, liii e Velleio Patercolo, Historiae romanae, ii, 71.
1157 Tacito, Annales, vi, 11.
1158 In realt ci sono forti dubbi circa lattribuzione a Virgilio.
1159 Velleio Patercolo, Historiae romanae, ii, 112.
1160 Seneca, De ira, ii, 5, 5.
1161 Egli, infatti, era stato console suffetto durante il regno di Caligola, si crede nel 35 d.C., ma non ne siamo certi.
1162 Cassio Dione, Storia romana, lix, 30.
1163 Ivi, lx, 27.
1164 Ivi, lxxix, 3, 5 e 4, 3.
1165 Ivi, lxxix, 4, 1.
1166 Plinio il Vecchio, Naturalis historia, prefazione 33.
1167 Plutarco, Questiones romanae, lxi.
1168 Svetonio, Caesar, lxxiii.
1169 Plinio il Giovane, Epistularum libri decem, iii, 20.
1170 Valerio Massimo, Facta et dicta memorabilia, ii, 6, 8.
1171 Plutarco, Publicola, xix.
1172 Per approfondire la storia di Messalina, con le relative malefatte, vedi S. Prossomariti, I personaggi, cit., pp. 245-255.

Una familia del basso impero: i Costantinidi

Prosopografia
costanzo i cloro (250 ca-306)
protector nel 270-282 ca, governatore della Dalmazia nel 282-283, prefetto del pretorio nel 288-293, console nel 294, 296, 300, 302, 305, 306, cesare dal 293, augusto nel 305-306.
costantino i il grande (272/73-337)
console nel 307, 309, 312, 315, 319, 320, 324, 326, 329, cesare dal 306, augusto nel 310-337.
crispo (302 ca-326)
console nel 318, 321, 324, cesare nel 317-326.
costanzo ii (318-361)
console nel 326, 327, 335, 339, 342, 346, 352, 353, 354, 356, 357, 360, cesare dal 324, augusto nel 337.
costantino ii (317-340)
console nel 320, 321, 329, cesare dal 323, augusto nel 337-340.
costante i (320-350)
console nel 339, 342, 346, cesare dal 333, augusto nel 337-350.
costanzo gallo (325 ca-354)
console nel 352, 353, 354, cesare nel 351-354.
giuliano lapostata (331-363)
console nel 356, 357, 360, 363, cesare dal 355, augusto nel 361-363.
giulio costanzo (-337)
console e patrizio nel 335.
flavio dalmazio (-337)
console e censore nel 333.
flavio giulio dalmazio (-337)
cesare nel 335-337.
annibaliano (-337)
rex regum et Ponticum gentium nel 337.
liciniano (315-326)
cesare nel 317-325.
Nati dal nulla
Sotto molti aspetti, gli elementi di discontinuit tra alto e basso impero sono di pi di quelli tra tarda Repubblica e alto impero. Pu apparire unaffermazione paradossale, ma lo  meno di quanto possa sembrare. Molte delle caratteristiche degli ultimi due/tre secoli dellimpero, dalle cariche agli usi e costumi, dalleconomia pi chiusa alla distribuzione sociale, si possono ritrovare pi facilmente nellet successiva, lAlto medioevo, che nellepoca precedente. Uno dei fattori che pi marca questa cesura  la progressiva scomparsa delle gentes tradizionali, da secoli al centro delle cronache e strettamente legate alla gestione del potere, e il sorgere di personaggi, clan e famiglie che sembrano emersi dal nulla, parvenu della politica ed espressione di lite provinciali che niente avevano avuto a che fare con le famiglie senatorie della illustre tradizione capitolina.
In un impero sempre pi militarizzato, lascesa al potere era appannaggio di soldati di oscura origine, in grado di distinguersi al punto di guadagnarsi la fiducia dei superiori, che offrivano a questi uomini la possibilit di elevarsi a livelli impensabili per le loro famiglie di origine. Oppure, costoro approfittavano dellascendente di cui godevano presso lesercito per prendersi con la forza ci che anche solo un secolo prima gli sarebbe stato precluso. Il secolo della crisi, il iii, che vide avvicendarsi ventidue imperatori nellarco di cinquantanni, rispecchia il momento della transizione da un impero in mano alle grandi famiglie a uno aperto ai personaggi pi ambiziosi, che si trattasse di senatori in grado di comprarsi il trono corrompendo i pretoriani, di generali provinciali che approfittavano di un momentaneo vuoto di potere, o di collaboratori degli imperatori che facevano le scarpe al loro signore. Col tempo, gli aristocratici persero anche la capacit di comprarsi lelezione, e a competere per limpero rimasero solo i governatori provinciali, gente che si era fatta da s, e di cui inutilmente cercheremmo ascendenze o parentele aristocratiche o di lunga data, se non costruite ad arte una volta sul trono per nobilitare la loro figura.
Costanzo Cloro
Con listituzione della tetrarchia, poi, la cesura col passato si fa ancor pi netta. Limpero  diventato troppo vasto per essere governato da una persona sola, che non pu impedire pronunciamenti militari nelle province n arginare le invasioni barbariche. Diocleziano, egli stesso di umili natali, assegna la met del suo impero a un soldato, Massimiano, ma poi si rende conto che non  ancora abbastanza, e stabilisce che lui e il collega, i due augusti, debbano avere ciascuno un cesare, un sovrano in subordine. Nel 293 limpero viene cos diviso in quattro settori, e ci moltiplica le possibilit per i parvenu. A questa categoria appartiene il cesare di Massimiano, Costanzo (Gaio Flavio Valerio Costanzo), che possiamo considerare il primo esponente di quella che, probabilmente, fu la dinastia pi incisiva della tarda storia di Roma antica.
Sulle sue ascendenze, possiamo solo asserire che Costanzo era originario delle zone danubiane e che fosse di origine modesta, senza dare troppo credito alla genealogia che gli fece attribuire il figlio Costantino, secondo la quale il cesare sarebbe stato un nobile della Dardania, nella Mesia Superiore, che vantava come padre nientemeno che limperatore Claudio ii il Gotico. Di lui prima che ascendesse al trono abbiamo qualche notizia sulla sua brillante carriera, che lo port da protector, ufficiale della guardia imperiale, comandante di ununit di cavalleria, governatore della Dalmazia; sappiamo che spos o ebbe come concubina Elena, la figlia di una locandiera di Naisso, dalla quale ebbe Costantino, ma che la lasci nel 289 per sposare la figlia di Massimiano, Teodora; un matrimonio che gli port non solo altri cinque figli, ma anche la carica di prefetto del pretorio e, nel 293, quella di cesare. Massimiano lo adott, gli diede il suo nome, Valerio, e il suo soprannome, Erculeo, nonch la Gallia e la Britannia. Ma la storia lo conosce come Costanzo Cloro, come  chiamato nelle fonti bizantine per indicare il pallore della sua pelle.
La dote che gli era stata data era solo teorica, in realt; gran parte dei suoi possedimenti era nelle mani dellusurpatore Carausio. Costanzo impieg un anno per liberarsi del rivale, ma la Britannia gli rimase preclusa. La invase nel 296 conquistandola con una brillante azione a tenaglia insieme al suo prefetto del pretorio Asclepiodoto, il quale sconfisse e uccise il successore di Carausio, Alletto. Oltre settecento anni prima di Guglielmo il Conquistatore, il cesare fu dunque artefice di una delle rare invasioni vincenti dellisola. Costanzo celebr la vittoria con una serie di monete e medaglie in cui si definiva Restauratore della luce eterna, fece di Londra la sede di una nuova zecca imperiale e port da due a quattro il numero di province della Britannia.
Nel 305, dopo labdicazione di Diocleziano e Massimiano, tocc a lui diventare augusto insieme a Galerio (con Severo e Massimino Daia come rispettivi cesari), aggiungendo alle province di sua pertinenza la Spagna. La sua capitale era Treviri, dove fece costruire un grande complesso residenziale che Costantino avrebbe portato a termine; la sua monumentalit si pu ammirare dalla basilica, a navata unica e con abside elevata, che prefigura quelle cristiane.
Sebbene godesse fama di generale di gran caratura e di buon amministratore, non conosciamo in dettaglio n le sue guerre n i suoi atti governativi, se si eccettuano la campagna di Britannia, che tuttavia fu risolta per lui dal prefetto del pretorio, e la sua partecipazione alleditto contro i cristiani, contro i quali per non pare che si sia scagliato con particolare zelo; di sicuro, fu meno persecutorio del suo collega Galerio. Nel 306, tuttavia, gli si prospettava una nuova guerra in Britannia, contro i pitti che avevano passato il Vallo di Adriano, e Costanzo i volle con s il figlio Costantino, che si trovava alla corte di Galerio. I due si incontrarono a Gesoriacum e poi si trasferirono in Britannia, dove per, il 25 luglio, limperatore venne a morte.
Fu uno dei momenti cardine della storia dellimpero romano. Flavio Valerio Costantino non era stato scelto come cesare, pertanto era escluso dalla linea di successione della tetrarchia, che vedeva come cesari Severo e Massimino Daia. Era nato a Naisso intorno tra il 272 e il 273 e aveva trascorso ladolescenza alla corte di Diocleziano, poi presso Galerio, distinguendosi ai suoi ordini come ufficiale contro i persiani. Limperatore orientale lo teneva con s pressoch come ostaggio, quando Costanzo Cloro ne richiese la presenza al proprio fianco; pare che Galerio non fosse troppo favorevole a lasciarlo andare, e le cronache raccontano di un viaggio piuttosto insidioso del giovane alla volta della Gallia: Per paura di essere preso durante la fuga (ormai era chiaro a tutti che ambiva allimpero), appena arrivato in una stazione di sosta, azzoppava i cavalli che venivano mantenuti l a spese pubbliche, e dopo averli resi inutilizzabili li abbandonava e si serviva di quelli che si trovavano subito dopo. Ripetendo questa operazione imped agli inseguitori di proseguire, e pot cos avvicinarsi alle province in cui si trovava il padre1173. Non sapremo mai cosa sia davvero successo tra padre e figlio; se avessero progettato insieme la successione e quindi la violazione del sistema tetrarchico, o se lambizioso Costantino abbia fatto tutto da solo dopo la morte del padre, n se labbia addirittura provocata. Di certo non si pu dare credito alla versione di Eusebio, ripresa da Lattanzio; non fosse altro perch si sa che combatterono insieme prima che limperatore morisse: Come Costanzo vide il figlio accostarglisi inaspettatamente, balz dal letto per abbracciarlo, e dicendo di aver scacciato dal proprio animo lunica cosa che nel momento di lasciare la vita gli risultava dolorosa (ossia la mancanza del figlio), rivolse una preghiera di ringraziamento a Dio, affermando che ora considerava per s la morte anche migliore dellimmortalit. Fece testamento, dando addio ai figli e alle figlie che lo circondavano a guisa di un coro e cess di vivere nella sua reggia, sul letto imperiale, consegnando leredit dellimpero, per legge di natura, al figlio maggiore1174.
Quel che  certo  che i mercenari alamanni elessero subito il giovane imperatore a York, determinando di fatto unusurpazione.
Tra i quattro imperatori che condividevano lautorit imperiale di Roma, egli soltanto, che si distingueva per un atteggiamento diverso, da quello degli altri, dimostr amicizia verso il Dio universale. Cos parla Eusebio di Cesarea di Costanzo Cloro, nella sua biografia su Costantino i1175, forzando non poco la realt; forse non fu un feroce persecutore come Diocleziano, Massimiano e Galerio, ma  certo che professasse il culto del Sol Invictus, che poi trasmise al figlio.
Costantino, luomo della provvidenza
Costantino non era lunico reggente dellimpero che non facesse parte della tetrarchia; lItalia era infatti in possesso di Massenzio, il figlio di Massimiano. Sistema tetrarchico e dinastico pertanto si intersecarono determinando una situazione che Galerio non era in grado di gestire; il sistema ideato da Diocleziano, infatti, non aveva previsto riserve dei cesari, nel caso in cui uno dei tetrarchi morisse allimprovviso. Alla fine, laugusto fu costretto ad accettare lelevazione al trono di Costantino, ma ritenne giusto limitare la sua carica a quella di cesare, elevando Severo ad augusto. Costantino, allora, si mise daccordo con Massimiano, che aveva mal digerito labdicazione cui laveva costretto Diocleziano e aveva iniziato a litigare col figlio Massenzio; Massimiano non esit a dargli in moglie la figlia Fausta, allora diciassettenne, nominandolo augusto; probabilmente la prima moglie di Costantino, Minervina, che gli aveva dato il figlio Flavio Giulio Crispo, era gi morta. Frattanto, Severo era scomparso dalla scena tentando di sottrarre lItalia a Massenzio, n andava meglio un tentativo di Galerio contro il padrone di Roma.
Dovette intervenire Diocleziano a ristabilire un po dordine in un sistema ormai sconvolto dalle pretese dinastiche. Ma Costantino rifiut di rinunciare al ruolo di augusto in favore di un nuovo carneade, Licinio, e di tornare a essere cesare; il che, tuttavia, non lo distolse dai suoi doveri verso limpero, che difese dalle infiltrazioni barbariche lungo il Reno. In seguito, grazie a una delazione della moglie che denunci il padre, debell il tentativo di Massimiano di riguadagnare il titolo di imperatore, assediandolo a Marsiglia e costringendolo al suicidio. In Occidente, ormai, rimanevano solo lui e Massenzio a fronteggiarsi, poich i territori di pertinenza di Licinio erano in possesso del signore di Roma. Nel 311 se ne and anche Galerio, e in Oriente la tensione sal alle stelle tra Massimino Daia e Licinio.
Cerano di nuovo quattro sovrani, dunque, ma nessuna concordia che presupponesse un governo tetrarchico. Si trattava solo di vedere chi avrebbe agito per primo, e lo fece Costantino il quale, dopo essersi alleato con Licinio promettendogli in moglie la sorellastra Costanza, invase lItalia nel 312. La sua fu una guerra lampo esemplare, soprattutto al confronto dei precedenti fallimenti di Severo e Galerio. Sconfisse i luogotenenti di Massenzio nei pressi di Torino, Brescia e Verona, e poi lo stesso signore di Roma nella celebre battaglia del ponte Milvio, dove Massenzio trov la morte; la sua testa sarebbe sfilata su un palo nel trionfo del vincitore.
La vittoria e le sue conseguenze sono state ammantate di tali significati simbolici e religiosi, nella tradizione posteriore, che  pressoch impossibile non solo ricostruire gli eventi e una versione obiettiva di Massenzio, ma anche le tappe e le modalit dellascesa del credo cristiano. Costantino, come gi altri imperatori prima di lui, compreso il padre, aveva adottato una confessione monoteista assai diffusa nei paesi danubiani, il Sol Invictus, che faceva riferimento ad Apollo. I suoi panegiristi gli attribuiscono una conversione in corso dopera, ovvero durante il tragitto della campagna che lo port da Colmar a Roma. La versione pi diffusa  quella di Eusebio di Cesarea, che narra come un pomeriggio Costantino e il suo esercito abbiano visto comparire in cielo una croce luminosa con le parole In hoc signo vinces; la notte stessa, Cristo sarebbe apparso in sogno allimperatore e gli ordin di costruire un oggetto a immagine del simbolo che si era palesato in cielo e di servirsene come protezione nei combattimenti contro i nemici. Appena fu giorno, si alz e svel larcano agli amici. Poi, convocati alcuni orefici e artigiani delle gemme, si mise a sedere in mezzo a loro, descrisse laspetto del segno e ordin di riprodurlo in oro e pietre preziose. Eusebio aggiunge che Costantino determinato a non venerare altro Dio allinfuori di quello che aveva visto, convoc i sacerdoti iniziati alla parola divina e domand loro chi fosse questo Dio e cosa significasse il segno che gli era apparso nella visione.
Successivamente Costantino, gi nelle guerre contro Licinio, avrebbe preso labitudine di utilizzare come insegna il labaro, che poi sarebbe diventata quella distintiva degli imperatori bizantini. Si trattava di una croce rivestita doro, con una corona di pietre preziose sulla sommit, con il monogramma di Cristo in greco, il chi e il rho intersecati, che Costantino portava anche incisi sul proprio elmo; al braccio orizzontale era appeso un drappo tempestato doro e di pietre preziose, su quello verticale, in basso, il busto dellimperatore e dei suoi figli:
Certo, ovunque esso apparisse, provocava la fuga di nemici e il loro inseguimento da parte dei vincitori. E limperatore, che ne era consapevole, quando vedeva da qualche parte un reparto in difficolt, dava ordine che in quel luogo il trofeo salvifico fosse presente come un talismano per la vittoria, con la comparsa del quale essa si realizzava immediatamente, poich il coraggio e il vigore, in virt di qualche disegno divino, infondevano subito forza ai combattenti. Per questo diede disposizione che la cura costante dellinsegna fosse affidata, come unico incarico, a uomini scelti tra le sue guardie personali, per la forza fisica, il senso morale e i costumi pii. Il loro numero non era inferiore a cinquanta e non avevano altro compito se non quello di circondare linsegna e di sorvegliarla con le armi, portandola ciascuno a turno sulle spalle.
Ma Eusebio scriveva nel 338, dopo la morte di Costantino. I cronisti che raccontarono gli eventi in tempo reale, Lattanzio nel 314 e Nazario nel 321, parlano pi semplicemente delliniziativa di Costantino, sulla base di un sogno, di far apporre sugli scudi dei soldati il monogramma di Cristo. Ma non solo. Lo stesso panegirista anonimo1176 dal quale Costantino si era fatto attribuire la discendenza da Claudio Gotico, parla di unaltra manifestazione divina, antecedente di un paio danni, in cui Apollo e la Vittoria sarebbero apparsi a Costantino offrendogli una corona dalloro, come presagio augurale di trentanni di regno. Una visione pagana, dunque, che parrebbe del tutto in contrasto con la ricostruzione adottata dagli scrittori cristiani.
Possiamo pertanto dire che limperatore, allepoca della campagna dItalia, fosse ancora indeciso tra Apollo e Cristo; in capo a un anno, per, avrebbe risolto tutti i suoi dubbi. In punto di morte, Galerio aveva ammorbidito la sua posizione contro i cristiani, e insieme a Costantino e Licinio aveva promulgato leditto di Serdica (lattuale Sofia), che concedeva libert di culto ai seguaci di Cristo; Costantino e Licinio, nel 313 con leditto di Milano, confermarono la religione cristiana come lecita, e il primo inizi ad adottare provvedimenti favorevoli ai cristiani presiedendo numerosi concili, a cominciare da quello di Arelate del 314, che avrebbero delineato lidentit e le modalit del nuovo credo. In seguito sarebbe diventato sempre meno tollerante nei confronti dei pagani, obbligando tutti i soldati non cristiani a pregare il Signore nei giorni comandati, e insegnando loro una specifica preghiera: Te soltanto riconosciamo come Dio, te dichiariamo sovrano, te invochiamo in soccorso, per opera tua riportammo le vittorie, attraverso di te risultammo vincitori sui nemici, rendiamo grazie a te per i benefici ricevuti, speriamo in te come dispensatore di quelli futuri, siamo tutti tuoi supplici e ti scongiuriamo di conservare a lungo in vita sano e salvo e vittorioso il nostro imperatore Costantino con i suoi pii figli1177.
Massimino Daia non segu la direzione intrapresa dai suoi due colleghi, ma venne a morte poco dopo, lasciando in piedi una diarchia che nessuno dei due membri aveva intenzione di proseguire. Il casus belli scoppi quando Costantino nomin Bassiano, luomo che aveva sposato la sua sorellastra Anastasia (figlia di Costanzo Cloro), cesare dItalia. Licinio si rifiut di riconoscere la nomina e, valendosi del fratello di Bassiano, Senecione, trasse Bassiano dalla propria parte. Costantino scopr il tradimento e giustizi il cognato, inaugurando una lunga serie di uccisioni in famiglia, che avrebbero caratterizzato la dinastia anche dopo la sua morte.
La lotta scoppi nel 316, con lavanzata improvvisa di Costantino in Pannonia. Il monarca dOccidente prevalse a Cibalis inseguendo il rivale in rotta in Tracia, dove avvenne un nuovo scontro per nulla decisivo, tanto da obbligare i due antagonisti a una fragile pace. Negli anni seguenti, Costantino accanton definitivamente il sistema tetrarchico nominando cesari i suoi figli appena nati  Licinio fu costretto a fare altrettanto col figlio Valerio Liciniano Licinio , senza dubbio per chiarire quale fosse la dinastia legittimata a dominare limpero. Contemporaneamente, si dedic ad arginare le invasioni barbariche di franchi e goti fino alla sfida decisiva con Licinio, che avvenne ad Adrianopoli nel 323. Il nostro condusse personalmente la carica della cavalleria, in una battaglia che vedeva schierato un numero sterminato di soldati da ambo le parti, obbligando lavversario a lasciare sul campo trentaquattromila uomini. Nel frattempo, il figlio primogenito Crispo gli procurava anche una vittoria navale davanti a Bisanzio, isolando del tutto Licinio, che fin per attestarsi a Crisopoli in Asia Minore. L ebbe luogo una nuova, sanguinosa battaglia, che port alla resa di Licinio a Nicomedia. Grazie allintercessione della sorellastra Costanza, Costantino risparmi il rivale, ma solo per un anno, sopprimendo anche, in seguito, il figlio (e suo nipote) Liciniano, che era ancora un bambino.
Liciniano e Licinio, oltre a Bassiano, non furono i soli parenti che Costantino dovette eliminare. Due anni dopo, tocc addirittura al figlio Crispo e alla moglie Fausta; il primo mor strangolato a Pola, in Dalmazia, la donna a Treviri. Il motivo delle esecuzioni non  affatto chiaro; la versione meno improbabile  quella fornita da Zosimo, il quale scrive: Sospettava infatti che il figlio Crispo, elevato, come ho detto alla dignit di Cesare, avesse una relazione con la matrigna Fausta; perci lo uccise, senza curarsi delle leggi naturali. Elena, la madre di Costantino, si indign per un simile gesto e non toller lassassinio del giovane; allora Costantino, quasi per consolarla, cerc di rimediare al male compiuto con un male ancora pi grande: infatti ordin di scaldare un bagno oltre la temperatura normale, vi immerse Fausta e la tir fuori quando ormai era cadavere (Zos. ii, 29, 2). Il passo  stato interpretato nel senso che Fausta, timorosa che la successione andasse a Crispo, figlio di Minervina e distintosi nella guerra contro Licinio, avesse fatto credere al marito di essere stata insidiata dal giovane; poi Elena aveva scoperto la verit inducendo il figlio a giustiziarla. Zosimo ipotizza che il rimorso per lesecuzione del figlio contribu a spingere Costantino verso il cristianesimo, ma  pur vero che Crispo rimase comunque soggetto a una damnatio memoriae; se ne pu trovare traccia nel duomo di Treviri, probabilmente in precedenza palazzo imperiale: su un soffitto a cassettoni sono raffigurati i membri della famiglia imperiale e il volto del giovane  stato cancellato.
Lanno precedente, il 325, Costantino aveva convocato e presieduto il concilio di Nicea, davanti a duecentocinquanta vescovi, che avrebbe stabilito una volta per tutte la natura del Cristo, definito della stessa sostanza del padre, in un periodo in cui la questione era fonte di aspri dibattiti. In Costantino pi che in altri protagonisti si evince come lepoca dellaffermazione del cristianesimo sia stata caratterizzata dal doppio binario della grande devozione e dellaltrettanto grande ferocia, che possiamo constatare in molti membri della dinastia costantiniana. La stessa Elena, madre di Costantino, negli anni immediatamente seguenti si lanci in un lungo pellegrinaggio in Terrasanta, forse per espiare il ruolo avuto nella morte della nuora e del nipote. Mor subito dopo, allet di ottantanni, e fu sepolta a Roma, in un mausoleo a fianco della chiesa di via Labicana, in un sarcofago di porpora che, presentando decorazioni di carattere militare, forse Costantino aveva fatto costruire in un primo momento per s.
Lunificazione dellimpero port anche Costantino a riflettere su quale fosse la sede ideale per una capitale. La sua scarsa attenzione alle cerimonie religiose tradizionali, che lo spinse a rifiutarsi di salire sul Campidoglio per le feste tradizionali, e la ferocia dimostrata nei confronti dei familiari, gli alien le simpatie dei romani1178, spingendolo a cercarsi unaltra sede imperiale: Ma non sopportando di essere rimproverato quasi da tutti, cerc una citt che fosse pari a Roma, dove costruire il suo palazzo1179. La sua decisione in tal senso si rivel di fondamentale importanza per la storia mondiale, cos come lo era stata quella di rendere lecita la religione cristiana. Scelse Bisanzio, punto di passaggio e collegamento tra Asia ed Europa, e la rinomin Costantinopoli, ponendo le basi per il futuro impero bizantino. Trovandosi tra il Capo Sigeo, della Troade, e lantica Ilio, scopr un luogo adatto alla costruzione della citt, vi pose le fondamenta e vi eresse una parte del muro, che ancor oggi possono vedere quelli che navigano verso lEllesponto. Senonch, cambiata idea, lasci lopera incompiuta e si rec a Bisanzio. Avendo ammirato la posizione della citt, pens di ampliarla il pi possibile e di renderla adatta alla residenza di un imperatore1180.
In tal modo salv leredit di Roma, permettendole di sopravvivere in Oriente per altri mille anni dopo la caduta dellItalia. E fu a Costantinopoli che limperatore profuse il massimo impegno nella sua copiosa attivit edificatoria, soprattutto in favore della Chiesa, di cui rimane traccia pi nei documenti che nelle testimonianze archeologiche: la chiesa dei Santi Apostoli (dove per suo volere fu seppellito) e quella di SantIrene nella capitale, la basilica di San Pietro a Roma e quella di San Giovanni (allora intitolata al Divino Salvatore), lOttagono doro ad Antiochia, la chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme e la Grotta della Nativit a Betlemme sono solo i pi prestigiosi edifici che limperatore fece costruire per celebrare laffermazione del nuovo culto.
Dalla vittoria di Crisopoli, la carriera militare di Costantino, che aveva riunito sotto il suo scettro tutto limpero, si sarebbe limitata a operazioni di frontiera contro i sarmati e a perfezionare la rivoluzione dellesercito iniziata con Gallieno mezzo secolo prima, raggiungendo il suo culmine con Diocleziano; tra le riforme che possono essergli attribuite, labolizione dei pretoriani e la trasformazione del prefetto del pretorio in una carica meramente civile; la massiccia immissione di barbari nei quadri dellesercito, lo sdoppiamento degli alti comandi, e forse la distinzione tra truppe da campagna, i comitatensi, e di frontiera, i limitanei. Ma come Cesare, caduto sotto i colpi dei congiurati alla vigilia della sua invasione della Partia, anche Costantino venne a morte prima di mettere in atto il progetto di attaccare la Persia. Solo al capezzale, nel 337 a Nicomedia, decise di farsi battezzare, spiegando di aver atteso fino ad allora solo perch sperava di farlo nelle acque del Giordano, come il Signore. Sulle prime fu preso da una sorta di indisposizione fisica cui, subito dopo, subentr una malattia; allora si rec ai bagni di acqua calda della propria citt (Costantinopoli) e di qui si diresse nella citt omonima di sua madre (Elenopoli in Bitinia). L, soffermatosi presso il santuario dei Martiri, rivolse a Dio preghiere e invocazioni. Quando ebbe piena consapevolezza dellapprossimarsi della morte, cap che era giunto per lui il momento di purificarsi dalle offese di cui si era reso responsabile nel corso della sua intera esistenza, confidando che i peccati che aveva commesso nella sua vita mortale potessero essere lavati grazie alla forza delle parole arcane e alla potenza del salvifico battesimo1181.
Sul significato del suo gesto si  a lungo dibattuto; molti sostengono che quella di favorire la Chiesa cristiana era stata una decisione meramente politica, almeno in un primo momento, e di certo ben poco della sua condotta morale spregiudicata e spietata, tendente agli eccessi e alla crudelt  tutte caratteristiche ammorbidite dalla tradizione cristiana successiva  rispecchiava i dettami religiosi di cui si fece paladino. Tuttavia, molti cristiani tendevano a farsi battezzare in punto di morte, nel timore di commettere peccato mortale durante la vita. Con una decisione che per la sensibilit moderna potrebbe apparire blasfema, aveva fatto costruire intorno al suo sarcofago dodici cenotafi per gli Apostoli, nella chiesa dei Santi Apostoli dove aveva disposto di essere sepolto.
Dare uninterpretazione univoca del personaggio  pressoch impossibile, stante la radicale dicotomia delle fonti sulla sua figura, celebrata o vilipesa senza mezze misure. Da una parte abbiamo il pagano Zosimo, che ne descrive le gesta parlando di un uomo che non combatt guerre e si abbandon a una vita di mollezze1182, lasci rammollire i soldati, che frequentavano i teatri e si abbandonavano a dissolutezze: in una parola, fu lui a gettare il seme, a causare la rovina dello stato che continua fino ai nostri giorni1183, e che dopo aver danneggiato in tutti i modi lo stato, Costantino mor di malattia1184. Dallaltra, c il vescovo di Cesarea Eusebio, che lo celebra in modi iperbolici arrivando a giustificare ogni suo crimine: Si mosse allora per salvare la maggior parte del genere umano, eliminando pochi uomini esiziali, imperatore umanissimo, adorno di ogni virt della devozione; In ogni luogo furono emanate dallimperatore vincitore costituzioni piene di umanit e leggi che erano prove di munificenza e vera devozione. Eliminata cos ogni tirannide, limpero che a loro era dovuto, rimase saldamente e senza contestazione nelle mani di Costantino e dei suoi figli. Essi, cancellato dal mondo, prima di ogni altra cosa, lodio verso Dio, consapevoli dei beni loro accordati da Dio, dimostrarono amore per la virt e per Dio, devozione alla divinit e gratitudine con le azioni che compirono al cospetto di tutti gli uomini1185.
Ritratti palesemente falsi e tendenziosi entrambi. A differenza del successivo Teodosio, integralista nellimporre il cristianesimo come religione di Stato, Costantino si adoper per evitare rappresaglie nei confronti dei pagani, come si evince anche dal testo di una lettera-editto che indirizzava agli abitanti delle province dOriente, rivolgendosi al Signore: Io desidero che il tuo popolo viva in pace e libero da ogni discordia per il bene comune della terra e di tutti gli uomini. Anche quelli che sono nellerrore devono ricevere la stessa pace di quelli che credono e godere della stessa tranquillit. La stessa dolcezza della comunit avr infatti il potere di migliorare anche loro e di condurli sula retta via. Nessuno dovr molestare un altro; ognuno avr quello che vuole il suo cuore e a quello sar obbligato1186.
Si  anche detto che fosse un militare rozzo e ignorante, ma Eusebio, pi credibilmente, proclama pi volte la sua cultura: Non esisteva nessun altro che si potesse paragonare a lui per la bellezza del corpo e limponenza della natura, ed era tanto superiore ai suoi coetanei nella forza e nella prestanza fisica da risultare loro quasi spaventoso; andava per fiero delle virt dello spirito, pi che di quelle del corpo, fregiandosi anzitutto della temperanza insita nel suo animo e distinguendosi altres per la sua cultura retorica, linnata intelligenza e la sapienza ispirata da Dio1187.
Comp il suo ultimo viaggio in una bara doro avvolta nella porpora imperiale, da Nicomedia a Costantinopoli, e il suo feretro fu esposto per giorni nel palazzo imperiale, dove tutti, dai notabili ai militari al popolino, gli resero omaggio. Eusebio si spinge a identificarlo con Dio: A Sua somiglianza, il sovrano tre volte benedetto, da uno solo, divenne molteplice mediante la successione dei figli1188. In realt, lalto prelato non faceva altro che legittimare la mattanza seguita alla sua morte.
Lotta per la successione
Quel che pi sconcerta di Costantino i il Grande  il suo apparente disinteresse, pari a quello di Alessandro Magno, per la stabilit dellimpero dopo la sua morte. Forse la suddivisione dellimpero in quattro grandi prefetture, che rientrava tra le sue principali riforme amministrative, doveva preludere alla creazione di un collegio imperiale dove i sovrani erano posti tutti sullo stesso piano. Pertanto non lasci un vero e proprio successore, anzi mise in competizione i suoi cinque eredi, i figli Costantino ii, Costanzo ii e Costante i, che aveva creato cesari, rispettivamente, nel 323, nel 324 e nel 333, e i nipoti Dalmazio e Annibaliano, anchessi gratificati di importanti cariche imperiali: Ad essi vennero associati in qualche modo Dalmazio, nominato Cesare da Costantino, Costanzo, suo fratello, e Annibaliano: indossavano vesti di porpora e doro e avevano ottenuto il titolo di nobilissimi, in omaggio alla parentela1189. Lo stesso Eusebio afferma che consider limpero come un patrimonio di famiglia.
Flavio Claudio Costantino ii era il secondogenito dellimperatore. Si dice che fosse nato da Fausta nel 317, ma questo  anche lanno di nascita di Costanzo ii; pertanto, o era illegittimo, oppure la sua nascita va collocata nellanno precedente. Fu nominato cesare insieme al fratellastro Crispo, e ci attestava che il padre abbandonava senzaltro il sistema tetrarchico instaurato da Diocleziano, a favore di quello dellereditariet, che aveva portato al collasso limpero nei secoli precedenti, a causa di imperatori inadeguati che avevano raggiunto il trono solo per legami di parentela. Ma Costantino, come si  detto, and perfino oltre, evitando addirittura di nominare un successore ben definito.
A otto anni Costantino ii era gi console per la seconda volta insieme a Crispo, ma il fratellastro usc di scena e fu lui, come figlio maggiore sopravvissuto dellimperatore, ad avere le maggiori probabilit di succedergli al trono. Nel 332 il padre gli affid la campagna contro i goti, che si risolse in una brillante vittoria per i romani, e poi la sorveglianza della frontiera renana, permettendogli di stabilirsi a Treviri.
Cinque anni dopo Costantino i moriva, lasciando limpero diviso in cinque parti. A Costantino ii, allora diciannovenne, toccarono la Gallia, la Spagna e la Britannia, che erano state di suo nonno Costanzo Cloro. Di pochi mesi pi giovane era suo fratello Flavio Giulio Costanzo ii, cui fu assegnato lOriente. Al terzo fratello, Flavio Giulio Costante i, allora diciassettenne, andarono Italia e Africa, oltre a Costantinopoli, dove era cresciuto studiando con Emilio Magno Arborio.
A Flavio Giulio Dalmazio, elevato al rango di cesare solo due anni prima e gi magister militum, fu data la penisola balcanica e a suo fratello Flavio Annibaliano la figlia di Costantino il Grande, Costantina; inviato in Armenia per sostenere il re cristiano detronizzato dal re dei re sasanide Shapur ii, avrebbe dovuto avere il regno del Ponto, qualora la campagna contro i persiani dellimperatore deceduto avesse avuto luogo; gli fu curiosamente conferito il titolo di rex regum et Ponticarum gentium, re dei re e delle genti del Ponto, come i sovrani persiani, che suona piuttosto strano, se consideriamo che in ambiente romano la parola re era aborrita dai tempi di Tarquinio il Superbo, ottocento anni prima. I due nipoti di Costantino erano stati educati a Tolosa, prima di trasferirsi a Costantinopoli, ed erano figli di Flavio Dalmazio, detto il Censore, console nel 333 e figlio di Costanzo Cloro e di Teodora, perci fratellastro di Costantino i. Costui aveva represso unusurpazione nellisola di Cipro negli anni 333-334, ad opera di tale Celocaro, magister pecoris camelorum, che cattur e giustizi a Tarso. Laltro fratellastro di Costantino i, Giulio Costanzo, aveva sposato dapprima Galla, poi Basilina, della prestigiosa famiglia degli Anici, e aveva due figli, Costanzo Gallo dalla prima e Giuliano dalla seconda, troppo piccoli perch entrassero nella linea di successione. Fu la loro fortuna.
Le disposizioni di Costantino i non ebbero mai effetto, perch per tre mesi dopo la sua morte, avvenuta il 22 maggio, si continu a governare in suo nome, mentre i figli si mettevano daccordo per eliminare i cugini. Liniziativa del massacro viene attribuita soprattutto a Costanzo, che si trovava a Costantinopoli e che si appropri dei beni delle famiglie sterminate; del resto, in seguito limperatore afferm che la sua mancanza di una discendenza era una punizione divina, e si disse che fosse uno dei tre peccati di cui si pent sul letto di morte; allora, comunque, fece dire di non essersi potuto opporre al pronunciamento dei soldati: Come per superiore ispirazione, quando lintero esercito in ogni luogo dellimpero ebbe notizia della morte dellimperatore, prevalse la decisione unanime di non riconoscere come sovrano dei Romani nessun altro allinfuori dei suoi figli, come se il grande imperatore fosse ancora in vita1190. Ad ogni modo, un paio di fonti minori (Sozomeno e Filostorgio) accennano a una presunta lettera testamentaria di Costantino i che Costanzo ricevette dal vescovo ariano di Nicomedia Eusebio, nella quale limperatore sosteneva di essere stato avvelenato da Flavio Dalmazio e Giulio Costanzo, invocando vendetta. Pur ammettendo lesistenza di un documento del genere, nessuno dovette crederci, se neppure una delle fonti principali lo menziona.
La lista dei caduti nella purga  lunga: morirono tra gli altri Giulio Costanzo, Dalmazio il Censore e lomonimo figlio, Annibaliano, il patrizio Optato e il prefetto del pretorio Ablabio, i due maggiori collaboratori di Costantino i. Si salvarono solo i figli di Giulio Costanzo, Giuliano, perch aveva solo sei anni, e Gallo, affetto da una qualche malattia che si stimava dovesse portarlo presto alla morte.
Tolti di mezzo gli altri pretendenti, il 9 settembre del 337 i figli di Costantino divennero ufficialmente imperatori associati col titolo di augusti, e si incontrarono lestate successiva in Pannonia, forse a Viminacium, accordandosi per modificare la divisione dellimpero che aveva tracciato il padre. Costantino ii ribad il possesso di Gallie, Spagna e Britannia, Costanzo quello di Asia ed Egitto, mentre Costante aggiunse a Italia e Africa lIllirico e la Tracia. Ma gli accordi ebbero vita breve: Costantino ii si considerava il primo in linea gerarchica, pertanto rivendicava una sorta di tutela nei confronti del fratello minore, Costante. Per costringere il giovane ad accettarla, invase lItalia nel 340 mentre il fratello si trovava sul Danubio, ma cadde in un agguato presso Aquileia.
Nellarco di un triennio, la pentarchia prevista da Costantino il Grande si era ridotta a una diarchia. E avrebbe anche funzionato, se col tempo non fossero emersi altri pretendenti. I due fratelli si erano alleati contro le pretese di Costantino ii, e in quelloccasione Costante aveva restituito a Costanzo Costantinopoli; da allora, nessuna controversia territoriale turb laccordo tra i due, che invece furono divisi da questioni religiose. Costante rispettava lortodossia di Nicea, Costanzo era un simpatizzante degli ariani, sebbene per tutto il suo regno cercasse di conciliare le varie dottrine che si distinguevano, sostanzialmente, da come consideravano la natura del Cristo. E al concilio di Serdica del 342 il loro contrasto raggiunse lapice per la presenza del vescovo Atanasio, pervicace avversario degli ariani, che limperatore dOccidente sostenne a spada tratta. La tensione crebbe al punto da lasciar pensare a una guerra per almeno un quadriennio, ma poi si stemper, anche perch Costanzo aveva bisogno di armonia per poter sostenere la costante pressione dei persiani sui confini orientali.
Costante, invece, ebbe a che fare con i franchi lungo il Reno e contro i pitti in Britannia, dove fu lultimo imperatore romano a mettere piede; in quella circostanza, affront una traversata della Manica in pieno inverno, pur di sorprendere i barbari. La diarchia dur un decennio, e la sua conclusione  da attribuirsi soprattutto alla scarsa sensibilit di Costante verso lesercito, che pure aveva ammirato e sostenuto questo giovane dimostratosi inizialmente un abile generale. Il sovrano, infatti, era tanto attento alle esigenze della Chiesa e del clero, che colm di donazioni e benefici perseguitandone tutti i nemici, dai donatisti in Africa, ai pagani e agli ebrei, quanto scarsamente prodigo verso i soldati, con cui era molto sprezzante e poco propenso ai donativi. Inoltre, secondo quanto ci dice Zosimo1191, indispett i sudditi favorendo le sue guardie del corpo e i contingenti barbari e consentendo loro di spadroneggiare. Si dimostr insaziabile nelle esazioni e la sua vita privata dest sempre pi scandalo, alienandogli le simpatie di pressoch ogni strato sociale. A capo dellopposizione si pose il comandante dei reggimenti palatini dei Gioviani e degli Erculiani, Magnenzio, un mezzosangue di etnia franco-britanna, che nel 350 lesercito proclam imperatore in sua vece. Costante si ritrov isolato e fugg in Spagna, ma fu scovato e ucciso da tale Gaisone, che lusurpatore ricompens col consolato.
A quel punto, Costanzo ii si ritrov di fronte alla sfida pi impegnativa del suo imperio. Magnenzio si propose come imperatore associato, offrendo anche una doppia alleanza matrimoniale (proponendosi come sposo per la sorella del sovrano, Costantina, e dando la propria figlia a Costanzo), ma il sovrano legittimo, che pure aveva fondato il proprio potere sullomicidio dei cugini, non poteva accettare di condividerlo con lassassinio di suo fratello. Si risolse pertanto a nominare cesare Gallo, che assunse il nome di Flavio Claudio Costanzo Gallo e lepiteto di Frater augusti, sposando la sorella di Costanzo, Costantina (o Costanza), vedova di Annibaliano. Poi pass alloffensiva, traendo dalla propria parte il comandante dellIllirico, Vetranione, che si era dato allusurpazione a sua volta; era stata proprio Costantina, allora in Occidente alla corte di Costante i, a spingerlo a farsi augusto, per mettere in difficolt Magnenzio, e a convincere il fratello a valersi di lui. Le circostanze, poi, avevano favorito un altro tentativo di colpo di Stato a Roma ad opera di Giulio Nepoziano, figlio della sorellastra di Costantino i Eutropia (andata sposa a Virio Nepoziano), che la plebe aveva eletto imperatore; il suo regno era durato solo ventotto giorni, grazie a un senatore che lo aveva tradito consegnandolo agli uomini di Magnenzio.
La campagna culmin con la battaglia di Mursa, lodierna Osijek sulla Drava, del 28 settembre del 351, dove rimasero sul campo cinquantaquattromila combattenti di entrambi gli eserciti, circa la met dei soldati impegnati nel combattimento. Costanzo trascorse le ore dello scontro nelle retrovie a pregare, mentre i due eserciti davano luogo a uno sterminio reciproco, nelle parole di Zosimo. Limperatore legittimo vinse grazie soprattutto alla sua netta superiorit numerica  soprattutto in termini di cavalleria corazzata  e al tradimento del comandante della cavalleria nemica Silvano, ma perse pi uomini dellavversario, che sopravvisse per due anni alla sconfitta, finendo poi per suicidarsi quando Costanzo lo mise alle strette incalzandolo in Gallia.
Lo segu Gallo, che limperatore fu costretto a giustiziare nel 354. Il cesare si era reso responsabile insieme alla moglie di ogni sorta di misfatto, dimostrandosi pi feroce di qualsiasi altro costantinide. Governava lOriente da Antiochia, con un regime del terrore che port a carestie, eccidi di maggiorenti, ribellioni che resero il settore di sua competenza alquanto instabile. Alcuni vennero ammazzati, altri puniti con il sequestro dei beni e cacciati di casa (nulla veniva loro lasciato se non lamenti e lacrime, sopravvivevano di pubblica elemosina)1192. Torturava volentieri e si esaltava alla vista del sangue; il leguleio Eusebio, ci dice Ammiano Marcellino1193, fu sventrato a tal punto che gli mancarono le membra per subire ancora torture.
Costanzo esit a intervenire per timore di provocare una nuova guerra civile, ma poi fece convocare in Italia il cesare tramite il nuovo prefetto del pretorio, Domiziano, che per Gallo fece imprigionare e poi linciare dalla plebe. Limperatore fece finta di ignorare i suoi delitti e lo convoc ancora facendogli credere di dover discutere con lui questioni di stato. Gallo e Costantina finirono per partire, ma durante il viaggio, in Bitinia, la donna venne a morte. Secondo Ammiano, aveva rivaleggiato con lui in crudelt: In modo sconsiderato lei spingeva la posizione politica del marito alla rovina, gi a precipizio, laddove con moderazione tutta femminile avrebbe dovuto ricondurlo sulla strada della verit e dellumanit dandogli consigli utili1194.
Costantina fu sepolta a Roma sulla via Nomentana, in un mausoleo che poi sarebbe divenuto nel 1254 la chiesa di Santa Costanza, e il cui sarcofago di porfido rosso  conservato ai Musei Vaticani. Durante il periodo in cui era stata nellUrbe, negli anni tra i due matrimoni, a seguito di una miracolosa guarigione ad opera di santAgnese era interceduta presso limperatore per intitolare una chiesa alla santa (lattuale basilica di SantAgnese fuori le mura sulla via Nomentana); pertanto, su di lei sorsero leggende di grande devozione, facendone una santa che consacr la propria vita a Dio, tanto da indurre molti studiosi a pensare che le fonti si riferiscano a pi di una persona: la figlia sua e di Gallo, di cui nulla per si sa, unaltra figlia illegittima di Costantino, o unipotetica figlia sua e di Annibaliano? Ma qualunque altra persona diversa dalla figlia di Costantino il Grande non sarebbe stata a Roma o sarebbe stata troppo piccola, per chiedere allimperatore ledificazione di una basilica1195 e non abbastanza abbiente per costruirsi un mausoleo  nel quale fu sepolta anche sua sorella Elena, e che per secoli funse da battistero della basilica di SantAgnese. Se fu davvero lei a diventare uno dei personaggi cardine della Chiesa paleocristiana, fu la stessa che Ammiano Marcellino definiva una specie di megera mortale, costante eccitatrice del crudele, avida del sangue umano non meno del marito1196.
Ad ogni modo, Gallo fu spogliato delle vesti regali a Petovio, e trasferito a Pola, dove era stato giustiziato Crispo. Durante il processo gli fu chiesto di giustificare i suoi delitti, e lui si limit a rispondere che era stato istigato dalla moglie. Era abbastanza per esasperare limperatore, che lo condann a morte: a mani legate come un bandito, gli fu tagliata la testa. Senza traccia della carica rivestita sul volto e sul capo, fu abbandonato il cadavere informe di colui che poco prima aveva incusso paura a citt e province1197. Era sopravvissuto diciassette anni al massacro della sua famiglia.
I due cugini
Della dinastia inaugurata da Costanzo Cloro rimaneva il solo Giuliano, che Costanzo, gi sospettoso per natura, guardava con pi diffidenza che mai. Fino ad allora, lo aveva mantenuto fuori dallagone politico, lasciando che il ragazzo sviluppasse le sue propensioni di studioso apparentemente innocuo. Dopo la strage del 337 lo aveva fatto trasferire a Nicomedia sotto la tutela del vescovo Eusebio, suo lontano parente; questi lo affid a Mardonio, un eunuco scita, gi precettore della madre Basilina, che gli trasmise la sua grande passione per i classici. Ma la sua vita cambi improvvisamente nel 341 quando Costanzo lo confin insieme al fratello Gallo nella fortezza di Macello, in Cappadocia ai piedi del monte Argeo. Giuliano visse come un prigioniero per sei anni, finch limperatore non gli concesse il permesso di trasferirsi a Costantinopoli per studiare grammatica e retorica; nella capitale, per, il principe divenne talmente popolare da suscitare di nuovo i timori di Costanzo. Dovette tornare a Nicomedia, dove le frequentazioni col filosofo neoplatonico Massimo lo spinsero ad abbandonare i precetti cristiani con cui era stato cresciuto: le sue convinzioni presero forma quando lelezione di Gallo a cesare gli consent finalmente una maggiore libert; viaggi in lungo e in largo per lAsia Minore, da Pergamo a Efeso, sviluppando amicizie nellambiente dei filosofi pagani, e rinunciando definitivamente al cristianesimo, per aderire segretamente al culto di Mitra. E fu allora che si guadagn il nome con cui  passato alla storia: Giuliano lApostata.
Ma la caduta del fratello non poteva lasciarlo indisturbato. Costanzo lo fece portare a Milano e lo tenne virtualmente prigioniero per sette mesi, prima che la moglie Eusebia lo convincesse a lasciarlo partire in un primo momento per lAsia Minore e poi per Atene. In Grecia il giovane sarebbe rimasto a lungo, per nutrirsi di quella cultura che adorava, ma in Gallia la situazione era precipitata e limperatore aveva un disperato bisogno di lui. Dai tempi di Magnenzio, che aveva sguarnito i confini per muovere contro limperatore, le invasioni di franchi e alamanni si erano moltiplicate, e Silvano, che abbiamo visto a Mursa favorire la sua vittoria, come responsabile delle difese galliche aveva fatto del suo meglio per arginarle; ma poi, era stato indotto a usurpare la porpora, sebbene la sua avventura fosse durata solo un mese. La sua scomparsa fu seguita dal sacco di ben quarantacinque citt da parte dei barbari, lAlsazia and perduta. Tuttavia, il sospettoso sovrano aveva ragione di temere che qualsiasi altro comandante provinciale si proclamasse a sua volta imperatore, ed era quasi costretto a sperare che i suoi generali non conseguissero vittorie tali da alimentare le loro ambizioni. La sola soluzione praticabile era affidare la Gallia a un principe della casata imperiale, e lunico di cui disponeva era proprio il giovane letterato e filosofo.
Giuliano fu pertanto richiamato a Milano, dove Costanzo, ribaltando completamente latteggiamento che aveva adottato nei suoi confronti per anni, il 6 novembre 355 lo nomin cesare e gli diede in moglie la sorella Elena. La storia di questa sposa, probabilmente allepoca gi matura, dovette essere ben triste: ebbe subito un figlio che per nacque morto, poi un aborto spontaneo, e, a giudicare da quel poco che conosciamo della vita privata di Giuliano, il marito non dovette rimpiangerla molto quando venne a morte, solo cinque anni dopo il matrimonio. Allepoca corse voce1198 che fosse stata la cognata Eusebia a farle perdere i figli, corrompendo lostetrica per soffocare il neonato nel primo caso, dandole una pozione per farla abortire nel secondo, perch non poteva averli lei; probabilmente una sciocchezza, considerando quanto si era prodigata a favore di Giuliano. In ogni caso Eusebia, di cui tutte le fonti celebrano la proverbiale bellezza (ma anche lintelligenza, se Zosimo arriva a dire che era assai colta e possedeva una intelligenza superiore a quella di una donna1199), sarebbe morta nello stesso periodo della cognata, si disse a causa di una medicina che assumeva per curare linfertilit. Costanzo era gi stato sposato, in precedenza, con una figlia sconosciuta di Giulio Costanzo, cui si era unito nel 336; aveva sposato la seconda moglie nel 353 e laveva grandemente rispettata e onorata, arrivando a creare una diocesi (Bitinia e Ponto) chiamandola Pietas, trasposizione in latino della parola Eusebia, spos poi Faustina, dalla quale fece in tempo ad avere una figlia  nata dopo la sua morte , Flavia Massima Faustina Costanza, in seguito andata in sposa al futuro imperatore Graziano.  lultima esponente della dinastia di Costanzo Cloro di cui parlino le cronache, in almeno altre due occasioni: nel 365 fin con la madre nelle mani dellusurpatore Procopio, che sperava di guadagnarsi lappoggio delle truppe grazie al legame con la genia costantiniana, mentre una decina di anni dopo rischi di essere catturata da quadi e iazigi: Manc poco che allora avvenisse un delitto irreparabile, da annoverarsi tra le pi vergognose sciagure che abbiano mai colpito lo stato romano: infatti per poco non fu catturata la figlia di Costanzo, che veniva condotta in sposa a Graziano, mentre stava mangiando in una pubblica villa chiamata Pristensis, se per una grazia della divinit il governatore della provincia, Messalla, che era l presente, non lavesse posta su un veicolo dei magistrati e non lavesse riportata a tutta velocit a Sirmio che dista 26 miglia1200. Mor appena ventiquattrenne, nel 383, senza lasciare figli, e con lei se ne and il sangue dei Costantinidi.
Meno di un mese dopo lelezione a cesare, il 1 dicembre, Giuliano partiva per la Gallia, ma presto il giovane dovette accorgersi di rappresentare solo, nelle sue parole, un fantoccio che recava il ritratto dellimperatore1201; in sostanza, unicona della casata imperiale. Il comando effettivo delle operazioni, infatti, spettava al generale Marcello, e non dovrebbe stupire, considerando linesistente esperienza militare del giovane. Ma per lanno successivo fu proprio Costanzo a riservarsi il comando supremo, avanzando dalla Rezia mentre lesercito di Giuliano aveva il compito di chiudere ai barbari le vie di fuga in Gallia. Il giovane comandante, per, sfior il disastro nei pressi di Dieuze, quando volle attaccare gli alamanni contro il parere del suo stato maggiore, finendo per esporre le due legioni di retroguardia allassalto nemico. Si rifece in seguito sulla strada per Brumath, mettendo in fuga una colonna nemica con una manovra a tenaglia che Ammiano Marcellino, allora un suo ufficiale, definiva a forma bicornuta.
Ma fu il successivo successo nel ricacciare gli alamanni da Sens a convincere limperatore a rimuovere Marcello e ad affidargli il comando supremo. Poi Costanzo torn in Italia a celebrare il trentesimo anniversario della sua ascesa al trono, prima di spostarsi sul Danubio ad arginare le infiltrazioni di quadi e sarmati. A Roma, che limperatore visit tra il 28 aprile e il 29 maggio, fece erigere un obelisco nel Circo Massimo e rimosse laltare della Vittoria dalla Curia del Senato, infliggendo una ferita mortale ai pagani, per i quali il monumento era lultimo baluardo della loro religione.
Celebre rimane la descrizione della sua visita che fece Ammiano Marcellino:
Limperatore fu accolto da applausi di benvenuto che venivano riecheggiati dai colli e dalle sponde del fiume; ma, nonostante il tumulto, egli non mostr alcuna emozione, rimanendo impassibile come quando si trovava in presenza dei suoi sudditi provinciali. Sebbene fosse di statura molto bassa, si chinava al passaggio sotto le porte, anche se alte; per il resto, sembrava muto e guardava dritto davanti a s, come se la testa fosse tenuta da una morsa e non potesse voltarsi n a destra n a sinistra. Se la carrozza sobbalzava egli non si scomponeva e non lo si vedeva mai sputare, o grattarsi, o passare la mano sul viso o sul naso. Si trattava senza dubbio di affettazione, ma anche nella vita privata rivelava un grado eccezionale di autocontrollo, quale era dato credere appartenesse a lui solo1202.
Sul Danubio e sul Tibisco, Costanzo guerreggi per un biennio, trasferendo la sua capitale da Milano a Sirmio per meglio seguire le operazioni. Con una combinazione di forza e diplomazia, ridusse allobbedienza le popolazioni che pressavano i confini, autorizzando anche i limiganti a stabilirsi entro i confini dellimpero; tuttavia questo popolo ne approfitt subito per vendicarsi della sconfitta subita vessando e devastando le province, costringendo cos limperatore a cancellarlo dalla faccia della terra. Unesperienza che avrebbe dovuto indurre limperatore Valente, sedici anni dopo, a essere pi cauto di fronte alle richieste dei goti, che avrebbero portato al disastro di Adrianopoli.
Intanto Giuliano trovava un nuovo ostacolo in Barbazione, il nuovo magister peditum, i cui dispetti non gli impedirono di espugnare gli isolotti sul Reno sui quali si erano rifugiati i barbari. Sembrava che gli alti comandi facessero di tutto per ostacolarlo, e fiorirono le voci che attribuivano la sua presenza in Gallia alla volont di Costanzo di screditarlo o, peggio ancora, di farlo uccidere. Ma quando Barbazione si fece sconfiggere perdendo tutti i suoi uomini, a Giuliano rimasero solo i suoi tredicimila effettivi, con i quali dovette affrontare nel 357 ad Argentoratum, lodierna Strasburgo, una coalizione di regoli alamanni di forse trentacinquemila combattenti. La sua cavalleria fu messa in fuga dal nemico, e Giuliano si prodig per arrestare i soldati in rotta, ma la fanteria non cedette di un passo e, dopo un acceso combattimento, sospinse il nemico verso il Reno; gli alamanni lasciarono sul campo seimila caduti e un numero ancora superiore anneg nelle acque del fiume. Forse la clamorosa vittoria fu pi merito del magister equitum di Giuliano, Severo  peraltro i soldati avevano voluto combattere contro il volere del cesare  ma fu Giuliano a essere acclamato vincitore, e perfino augusto dai soldati; una circostanza che mise seriamente in imbarazzo il giovane, il quale si affrett a spegnere gli ardori della truppa.
Il successo si rivel decisivo per liberare il corso superiore del Reno, anche perch Cnodomaro, il pervicace capo alamanno che aveva sempre rifiutato le proposte di pace di Costanzo, cadde nelle mani del cesare. Successivamente, Giuliano consolid le sue conquiste giungendo fino al Meno e obbligando alla pace altri capi barbari. Poi svern a Parigi e, nella campagna dellanno successivo, si dedic ai franchi e ai camavi, riconquistando anche il basso Reno; nel 359 riprese a combattere gli alamanni, riportando a casa ventimila prigionieri romani. Ma oltre a guerreggiare, Giuliano si dedic anche a misure di carattere amministrativo: consolid il confine con una serie di fortezze, ripopol le regioni devastate dalle invasioni, fu fiscale nelle esazioni tributarie ma si rifiut di imporre tasse straordinarie per la guerra, tanto da scagliare indignato a terra il foglio quando il suo prefetto Florenzio gli chiese di firmare il provvedimento. E per evitare che governatore e prefetto approfittassero delle circostanze per estorcere denaro aggiuntivo ai contribuenti, mand i suoi agenti a riscuotere.
Tuttavia, col tempo Giuliano divenne sempre pi insofferente alla sua condizione di subordinato a Costanzo, che gli impediva di realizzare appieno i suoi programmi, soprattutto di carattere religioso, e non gli permetteva di scegliere i collaboratori pi stretti, obbligandolo a circondarsi di uomini del cugino; tanto pi che i consiglieri di corte alimentavano la naturale diffidenza del sovrano, facendolo ingelosire dei successi del cesare e inducendolo a diffidare delle sue ambizioni. Lo chiamavano colui che  capra, non uomo, per via della barba, talpa loquace, scimmia vestita di porpora, intellettualone greco, e come se facessero tintinnare i campanelli alle orecchie dellimperatore si sforzavano di seppellire le sue virt con parole sfacciate, accusandolo di essere pigro, timido, abituato a vivere nellombra, e di abbellire con parole ben adorne le sue imprese che non lo meritavano1203.
Limperatore, peraltro, era di nuovo sotto pressione a causa dei persiani di Shapur. Il re dei re, infatti, aveva minacciato guerra se i romani non gli avessero ceduto Mesopotamia e Armenia e, di fronte al rifiuto dellimperatore, rinnov le operazioni militari nel 359, irrompendo con le sue forze in Mesopotamia e conquistando Amida. Lanno successivo i successi del sovrano sassanide proseguirono con la conquista di Singara, mentre Costanzo, a corto di forze dopo lecatombe di Mursa, cercava di arginare lavanzata nemica con la diplomazia. Ma Shapur sapeva di dover approfittare delle difficolt dellimpero e con lui non era facile trattare; pertanto limperatore, allinizio del 360, si risolse a richiedere truppe al cugino.
O meglio, se lo avesse fatto, forse lo scontro tra i due non avrebbe avuto luogo o sarebbe stato posticipato. Quel che fece, in realt, fu di richiedere direttamente agli ufficiali subalterni di prelevare tutte le truppe ausiliarie dalla Gallia e trecento uomini da ciascun reggimento per trasferire gli effettivi in Oriente. Trascur pertanto di rivolgere la richiesta direttamente a Giuliano, non sappiamo se intenzionalmente o per distrazione ma, in ogni caso, si trattava di unoffesa che il cugino non poteva tollerare. Talvolta il corso della storia  determinato dalle incomprensioni, cos come i rapporti tra le persone, e la catena di eventi che prese il via in quei giorni sarebbe potuta essere diversa se i due cugini si fossero parlati, invece di trattare tramite intermediari e messaggi.
La ragione e il torto sono davvero difficili da attribuire. Giuliano, che svernava a Parigi, si sent senza dubbio offeso e si disse che medit di rinunciare alla carica di cesare; per il momento, pens di non autorizzare linvio delle truppe, adducendo come motivo  o come pretesto  di non poter sguarnire i confini mettendo cos in pericolo la provincia. Comparve anche un manifesto tra le truppe ausiliarie, in cui si lamentava che i soldati venissero sbattuti lontano abbandonando le famiglie nelle mani degli alamanni. Chi ne fosse stato il promotore non si  mai saputo. Giuliano aveva il fiato di tutti addosso; pi avrebbe aspettato a dare esecuzione allordine, pi avrebbe alimentato i sospetti del cugino, gli dicevano. Allora scrisse a Costanzo e ordin ai soldati di lasciare i quartieri invernali con le loro famiglie. Poi tenne davanti a loro unarringa in cui professava la sua lealt verso limperatore. Ma subito dopo un banchetto serale, i soldati uscirono dal loro accampamento e circondarono il palazzo di Giuliano, acclamandolo col titolo di augusto. Il cesare trascorse la notte di veglia pregando i suoi di e alla fine si risolse ad assecondare la truppa: fu subito levato sullo scudo, alla maniera barbarica come era stato per Costantino il Grande, e incoronato con la collana di un vessillifero. Ciononostante, Giuliano si prese ancora qualche giorno di riflessione, prima di scrivere al cugino le sue condizioni. Ed erano condizioni ragionevoli, tutto sommato.
In sostanza, proponeva che le cose tornassero come quando limpero era diviso tra Costanzo e Costante. Si riservava lautorit sullOccidente, con facolt di nominare finalmente i funzionari, a parte il prefetto del pretorio, che considerava prerogativa dellaugusto pi anziano, ovvero Costanzo. Per quanto riguardava le truppe da inviare, le avrebbe reclutate tra i popoli che aveva ridotto allobbedienza, senza privare la provincia dei soldati che la presidiavano.
Questo era il contenuto della lettera ufficiale. Ma Ammiano racconta che Giuliano invi a Costanzo anche unaltra lettera, del tutto privata, in cui dava libero sfogo al suo risentimento nei confronti del cugino, rinfacciandogli tra le altre cose pure il massacro della propria famiglia. Se davvero le missive furono due, dovremmo anche presumere che il cesare non avesse alcuna intenzione di trattare, e che la sua proposta di accordo fosse solo fumo negli occhi della gente per giustificare la propria usurpazione.
Costanzo esit e, sulle prime, evit di rispondere; il suo orgoglio gli impediva di cedere alle decisioni prese dalla soldataglia. Marci su Edessa, ma dovette assistere impotente alla caduta di altri capisaldi in mani persiane. Infine decise di rifiutare le proposte del cugino, mandando un inviato che gli intim di deporre la porpora e di procedere alla nomina di nuovi funzionari individuati da Costanzo. Le imposizioni eccitarono ancor pi gli animi dei soldati contro limperatore, ma Giuliano si adoper per sedarli conducendoli contro i franchi. Tuttavia lanno trascorse senza che i due cugini facessero progressi sul fronte diplomatico, e pi il tempo passava, pi Giuliano aveva ragione di temere di fare la fine del fratello Gallo, se avesse abbassato le difese; Costanzo, infatti, si stava preparando ad aggredirlo creando un cordone di truppe intorno alla Gallia, che avrebbero costituito la sua avanguardia non appena si fosse conclusa la guerra persiana.
Ma non solo. Gli alamanni intensificarono i loro attacchi alla frontiera renana e dopo un po Giuliano venne in possesso di una lettera del re barbaro Vadomaro, indirizzata a Costanzo, che parlava di lui come il tuo cesare disubbidiente. Si pens che limperatore avesse fomentato le incursioni degli alamanni per mettere in difficolt il cugino, anche se ci non si accorda del tutto con latteggiamento di Costanzo, che mise sempre la sicurezza dellimpero davanti a tutto; in ogni caso, Giuliano riusc a catturare Vadomaro, e la minaccia alle sue spalle venne meno. La morte della moglie Elena nel corso dellanno recise infine gli ultimi legami e gli scrupoli che condizionavano i due antagonisti.
Pertanto, allinizio del 361 lusurpatore fin per destituire il prefetto del pretorio nominato dal cugino, che si era rifiutato di prestargli fedelt, e si risolse a marciare verso est; ma non per portare truppe a Costanzo, bens per attaccarlo prima di essere attaccato, e mentre limperatore aveva ancora la gran parte delle sue truppe in Oriente.
Raccolse quindi a tale scopo ventitremila uomini che divise in tre tronconi, con altrettante direttrici di marcia. La sua avanzata lo condusse a Sirmio, la capitale settentrionale dellimpero, poi a Naisso, la citt natale di Costantino il Grande, mentre altri contingenti del suo esercito cercavano di impossessarsi dellItalia. Ma alcune unit non lo assecondarono, e anche parte della popolazione rimaneva legata a Costanzo, nonostante i suoi sforzi di presentarlo, con una lettera al Senato, come un personaggio spregevole; molti iniziarono a vederlo come un cugino ingrato, che si ribellava alluomo che lo aveva protetto e gratificato. Peraltro Costanzo, che fino ad allora era stato inchiodato in Oriente dalle aggressioni di Shapur, si ritrov improvvisamente libero dalla pressione nemica quando il re dei re si ritir; si disse che gli auspici per lattraversamento del Tigri si erano rivelati nefasti.
Vedendo che il cugino si stava impossessando di tutte le vie di comunicazione tra Oriente e Occidente, limperatore non perse tempo e organizz subito delle avanguardie per arginarne lavanzata, poi part a sua volta; ma a Tarso lo colse una febbre che lo obblig a fermarsi, e una serie di nubifragi peggior le sue condizioni. Mor il 3 novembre 361, a Mopsucrene in Cilicia, evitando una drammatica guerra civile che avrebbe assestato un duro colpo allimpero gi provato da perdite e invasioni. In seguito si disse che in punto di morte avesse designato Giuliano come suo successore, il che  perfino possibile, se pensiamo che, qualunque cosa pensasse del cugino, era pur sempre il solo esponente maschio della casata in circolazione.
Era stato un imperatore accorto e responsabile, ma anche crudele oltre ogni limite (di una crudelt che facilmente superava quella di Gaio, o di Domiziano, o di Commodo, dice Ammiano, che lo descrive come una persona che cercava sempre di prolungare lagonia della pena fino alla morte) e in balia dei suoi ministri. Era talmente sospettoso che, come asserisce sempre Ammiano, per un periodo tra le sue guardie del corpo, aveva circondato il piccolo edificio in cui usava dormire con un profondo fossato attraversato da un ponte levatoio; quando andava a letto, smontava tavole e pioli, e li rimontava allalba quando usciva. Il grande storico ci fornisce anche una testimonianza diretta del suo aspetto: Era piuttosto scuro; con occhi penetranti e vista acuta. Aveva capelli morbidi e guance regolarmente sbarbate che lo facevano sembrare lindo e azzimato. Dalla base del collo allinguine il suo corpo era insolitamente lungo, ma aveva gambe corte e arcuate, il che lo faceva un buon corridore e saltatore. Ammiano non lo amava, ma fu abbastanza obiettivo da riconoscere le sue qualit: Come stile di vita era frugale e temperato, oltre che moderato nel mangiare e nel bere. [] Quando era necessario poteva rinunciare al sonno, e per lunghi periodi della sua vita si mantenne eccezionalmente casto, al punto che anche i suoi servi pi intimi non potevano sospettare in lui i vizi che di solito la malizia fa attribuire a coloro che godono la libert del supremo potere, anche quando non ve ne sono i motivi.
L'apostata
Giuliano, si disse, pianse alla notizia della morte del cugino, cos come Cesare aveva pianto a quella della morte di Pompeo Magno, ma non esit a raggiungere Costantinopoli, dove accompagn con grandi manifestazioni di cordoglio la salma, facendola seppellire accanto al padre, e sanc la sua assunzione del potere come imperatore unico. Senza pi il freno rappresentato dalla sua subordinazione a Costanzo, il giovane sovrano si tuff con zelo e fervore nei suoi tre principali obiettivi, che possiamo considerare del tutto antistorici: il ripristino del paganesimo per emulare i grandi imperatori del passato, le riforme legislative, per imitare Marco Aurelio, limperatore filosofo al quale si ispirava, e infine una grande spedizione contro la Persia, per essere pari ad Alessandro Magno. Sentiva, daltra parte, di dover competere con questi modelli, per essere un sovrano allaltezza, come spiega in unorazione1204: Gi da tempo al pensiero di dover competere con Alessandro o Marco (Aurelio), o con chiunque altro si sia distinto in virt, mi coglieva un brivido e un timore terribile di restare troppo lontano dal valore del primo e di non avvicinarmi, neppure in minima parte, alla virt perfetta del secondo.
Ma non si mise a perseguitare i cristiani. Semplicemente, li priv dei privilegi di cui era stata gratificata la Chiesa, e reintegr i vescovi che avevano contrastato la politica ariana di Costanzo; nel frattempo, riapriva i templi e ripristinava i sacrifici pubblici agli di, esortando i sacerdoti a mostrare la stessa carit e lo spirito di sacrificio che avevano animato i martiri cristiani, affinch lantica religiose recuperasse proseliti. Per il resto, tutte le professioni erano uguali davanti alla legge, nel suo breve imperio, sebbene i cristiani venissero esclusi dallinsegnamento. Poi process e giustizi alcuni dei collaboratori pi stretti del cugino, e combatt la corruzione e lincompetenza della burocrazia sostituendo tout court i funzionari della precedente amministrazione, senza perdere tempo a esaminare responsabilit e colpe, privandosi cos anche di gente di esperienza, e alienandosi le simpatie di molti maggiorenti che avrebbero potuto puntellare il suo regno.
Ma era la spedizione contro la Persia a ossessionarlo maggiormente, tanto da indurlo a trascurare i consigli dei suoi collaboratori, che gli prospettavano le difficolt dellimpresa. Prepar la campagna ad Antiochia, dove si trasfer dallestate 362, per poi lasciarla nel marzo dellanno successivo alla testa dellultima grande spedizione di conquista nella storia dellimpero romano. Simul lavanzata sul Tigri e invece marci lungo lEufrate alla volta di Ctesifonte, davanti alla quale vinse una battaglia che per non gli valse la conquista della citt. Continu ad avanzare in una regione resa terra bruciata dal nemico, che torment la colonna romana con attacchi sempre pi devastanti, tagliando agli invasori i rifornimenti; Giuliano, inoltre, aveva commesso il fatale lerrore di bruciare la flotta per evitare che cadesse in mano nemica. Durante lennesimo scontro, limperatore venne a sapere che la retroguardia era attaccata e si precipit a darle manforte ma, nella fretta, si dimentic di indossare la corazza. Fu colpito al costato da una lancia, non si seppe mai se da un persiano o un fanatico cristiano del suo stesso esercito.
Ammiano racconta in dettaglio quel che accadde dopo:
Mentre tentava con la mano destra di estrarla, si rese conto che la lama, affilata su entrambi i lati, gli aveva reciso i tendini delle dita, e caduto da cavallo, mentre i presenti si affrettavano verso di lui, fu riportato nellaccampamento dove ricevette le cure mediche. In seguito, poich il dolore era un po diminuito, la sua paura pass: lottando con animo coraggioso contro la morte, chiedeva di nuovo le sue armi e un cavallo, per ritornare in battaglia e riportare la fiducia nei suoi uomini. [] Ma le sue forze non rispondevano ugualmente alla sua volont, e indebolito dalla perdita di sangue rimase immobile; perse infine ogni speranza di vivere quando, investigando, seppe che il luogo dove era caduto si chiamava Frigia: infatti aveva sentito dire che il destino aveva fissato qui la sua morte1205. Spir nella propria tenda il 27 giugno 363 dicendo: Allapice della gloria meritai questa insigne dipartita dal mondo.
Del Giuliano imperatore non sopravvisse pressoch nulla. Del Giuliano letterato ben poco, ma abbastanza per farci capire che fu il pi prolifico e colto degli imperatori romani, secondo solo a Marco Aurelio. Sono purtroppo andati perduti i suoi Commentarii sulle guerre germaniche, mentre abbiamo i suoi panegirici per Costanzo ed Eusebia, I Cesari, unopera che ironizza sui suoi predecessori, il Misopogon, lodiatore con la barba, scritto contro la popolazione di Antiochia che lo derideva per la sua barba e con cui venne in urto, qualche frammento del suo libello contro i cristiani, Contro i Galilei, e numerose lettere, anche se  difficile distinguere le sue da quelle apocrife.
Di lui  stato detto che visse in unepoca sbagliata e mor prima di essere ricordato come un tiranno. Di certo era animato da buone intenzioni, ma troppo pochi furono i collaboratori che lo assecondarono, e tutto ci che tent di creare si dissolse alla sua morte. Cos lo descrive Ammiano: Era di media statura, aveva capelli lisci come se fossero pettinati; inoltre portava una barba ispida come se fosse a punta. Aveva begli occhi lampeggianti, segno di viva intelligenza, sopracciglia ben marcate, naso dritto e bocca piuttosto grande con il labbro inferiore pendulo. Aveva il collo grasso e alquanto curvo, e le spalle ampie. Era perfettamente costruito dalla testa ai piedi, il che lo faceva forte e ottimo corridore1206. E aggiunge: Era un gran parlatore e assai raramente stava zitto, riportando il lungo discorso che riusc a fare perfino sul letto di morte, concludendolo senza lasciare un successore: Riguardo allelezione del mio successore, cautamente taccio, per non omettere imprudentemente qualcuno che sia degno o per non esporlo allestremo pericolo nominando chi ritengo adatto a questo compito, se per caso un altro gli venisse preferito. Ma, come un onesto figlio dello stato, desidero che si trovi dopo di me un buon imperatore1207.
I soldati, dopo il rifiuto del prefetto Saluzio, elessero imperatore il comandante della guardia, Gioviano, che pens solo a stipulare una frettolosa e umiliante pace con Shapur, restituendo alla Persia tutto ci che Roma le aveva sottratto dai tempi di Diocleziano, per tornare indietro a rendere stabile il proprio trono; ma il suo regno non sarebbe durato che pochi mesi. Ad ogni modo, nellimpero, non cera pi nessuno della genia di Costanzo Cloro a reclamare la corona: la dinastia che aveva cambiato limpero si era estinta nellarco di tre generazioni.

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1174 Eusebio, Vita di Costantino, i, 21, 1-2.
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